Le toghe continueranno a non pagare per i propri errori

È sempre il governo a utilizzare l’aggettivo «insignificante» per descrivere il numero delle condanne: nemmeno una in tutto il 2015. E una sola condanna d’appello nel 2016

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Quando nel febbraio 2015 il Parlamento varò la legge 18, che modificava la norma sulla responsabilità civile dei magistrati, quella riforma venne trionfalmente presentata dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi come una mezza rivoluzione: e cioè come l’intervento che avrebbe finalmente sbloccato l’anomalia italiana dell’assenza di sanzioni per i danni causati da una toga, e insieme la norma che avrebbe rimediato all’inganno legislativo rappresentato dalla legge Vassalli del 1988, che aveva ignominiosamente tradito il voto popolare rappresentato da una schiacciante maggioranza di consensi al referendum popolare proposto dai radicali.

Va ricordato, infatti, che la Legge Vassalli era stata così pienamente ed eccessivamente garantista, nei confronti dei magistrati, che dal 1989 e fino a tutto il 2014 gli italiani avevano presentato in tutto 410 citazioni per responsabilità civile. Se si considera che in quei 26 anni soltanto i procedimenti penali aperti sono stati all’incirca 52 milioni, le citazioni presentate rappresentano appena lo 0,0008 per cento del totale. Ma gli italiani avevano piena ragione di essere scettici: le loro citazioni «ammesse» al vaglio dell’autorità giudiziaria furono appena 35, nemmeno una su dieci. E quelle che vennero reputate degne di essere accolte furono in tutto sette. Sette, in 26 lunghissimi anni.

Nelle settimane precedenti all’entrata in vigore della riforma del febbraio 2015, l’Associazione nazionale magistrati manifestò tali spropositate reazioni («un attacco mortale alla nostra autonomia»), che il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, promise avrebbe messo in piedi un sistema per controllare che la riforma non straripasse in eccessi punitivi nei confronti della categoria. «Faremo un tagliando», garantì Orlando. Vale la pena di ricordare sommessamente che due anni fa, ascoltate le grida di giubilo da una parte, e le terrorizzate lamentele dall’altra, questa povera rubrichetta sostenne (pacatamente) che i magistrati non avevano nulla da temere e che i politici non avevano nulla da festeggiare, perché nulla in realtà sarebbe cambiato.

Ora siamo arrivati a un primo redde rationem. Eccessi punitivi? Autonomia uccisa? Risate. A distanza di due anni, purtroppo, i dati danno ragione al pessimismo di chi qui scriveva nel 2015 e scrive oggi. Perché è vero che (udite, udite!) sono aumentate le azioni di responsabilità per “dolo o colpa grave” nei riguardi dei magistrati, ma il numero delle condanne resta del tutto insignificante. Dall’entrata in vigore della legge, gli esposti sono più che raddoppiati, passando da 35 (nel 2014) a 70 nel 2015 e a 80 del 2016. Ma il numero delle condanne, e finora parliamo di sentenze di Corte d’appello perché nessuna vicenda è ancora arrivata al giudizio finale, è pari allo 0,01 per cento.

Il ministero della Giustizia, evidentemente dopo i controlli eseguiti in omaggio alla promessa di Orlando, rivela con evidente soddisfazione che «non si è, finora, verificato il temuto aumento esponenziale del contenzioso». Ed è sempre il governo a utilizzare l’aggettivo «insignificante» per descrivere il numero delle condanne: nemmeno una in tutto il 2015; e una sola condanna d’appello nel 2016.
Insomma, la riforma della responsabilità civile si è risolta in una farsa, forse in un inganno anche peggiore rispetto a quella che era stata varata nel 1988. I magistrati dell’Anm possono quindi riposare in pace: l’autonomia della categoria non ha subìto alcun attacco, tantomeno un assalto mortale. E le toghe restano pienamente, inqualificabilmente irresponsabili.

Foto Ansa

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