Le start up hanno bisogno di una filiera

Continuare a considerare l’innovazione come una facility al servizio dei diversi settori rischia di lasciare queste aziende senza aiuti davanti all’emergenza coronavirus. Quattro su dieci temono di chiudere

Start up

Un mondo imprenditoriale che potrebbe avere una grande importanza in questa fase di emergenza rischia invece di essere completamente ignorato dalle istituzioni e di precipitare in una crisi con conseguente chiusura di numerose imprese. Parliamo dell’universo delle start up, ossia le aziende di nuova costituzione che, in questi giorni, stanno lanciando un allarme rosso sul fronte della liquidità e degli investimenti necessari per proseguire il cammino imprenditoriale.

Il sistema delle start up italiane è una delle più importanti scommesse per la modernizzazione dell’economia e la moltiplicazione delle opportunità per il futuro del paese ed ha la funzione di valorizzare i progetti innovativi, attraverso un rapporto virtuoso con università e centri di ricerca, per trasformare le idee in produzioni concrete ed arrivare alle grandi aziende. Le persone che sono occupate, tra imprenditori e dipendenti, sono circa 60 mila.

Quattro start up su dieci temono fortemente di saltare nelle prossime settimane se il settore non sarà preso in adeguata considerazione. Infatti le misure sinora adottate dal governo per la liquidità delle imprese sono considerate del tutto fuori luogo per il comparto: per i prestiti viene posto un tetto pari al 25 per cento del fatturato, e stiamo parlando di aziende che spesso hanno i ricavi iscritti più nei business plan rivolti verso il futuro che nei bilanci degli anni precedenti. Ci sono infatti numerose start up che non hanno o quasi fatturato mentre devono far fronte a costi che normalmente sono pagati attraverso finanziamenti, anch’essi in parte venuti meno in questo contesto.

Purtroppo in Italia l’innovazione non è mai stata presa in considerazione come una filiera, ma come una facility che serve le filiere. Invece è costituita da una serie di soggetti in rete: le start up, le aziende consolidate, le università, il corporate venture capital. Generalmente i governi intervengono a supporto delle filiere e anche in questo periodo di emergenza sta avvenendo questo; per l’innovazione invece ci sono interventi spot, non sistemici.

In questo momento le imprese legate all’innovazione sono quelle che hanno maggiori probabilità di fornire elementi utili per rispondere alla crisi che stiamo vivendo nel modo più efficace – ed abbiamo numerosi esempi in questa direzione – ma sono anche quelle più fragili. In primo luogo, però, bisogna essere convinti che si esce dalla crisi solo attraverso processi innovativi: se siamo tutti d’accordo su questo, allora il passo successivo sarà quello di sostenere tutta la filiera dell’innovazione.

Tutti i dati dicono che le imprese che riescono a stare sul mercato sono quelle che innovano. Ma sembrerebbe che i comitati e le task force creati in questi giorni non siano particolarmente concentrati sul tema dell’innovazione. All’estero la situazione è diversa: per esempio in Francia c’è un’attenzione rilevante nei confronti di questa filiera, ad esempio attraverso il sostegno a incubatori d’impresa e innovation hub. Purtroppo in Italia incubatori e parchi scientifici e tecnologici non sono quasi presi in considerazione. Occorre quindi maturare una rappresentanza del comparto.

Le organizzazioni di categoria tradizionale e i corpi intermedi stanno vivendo da anni una crisi di rappresentanza perché fanno fatica a far comprendere il senso di appartenenza ad associazioni che erogano servizi che sono diventati commodities. La filiera dell’innovazione invece è composta anche da un mondo che si sta affacciando per la prima volta al mercato e che ha un grande bisogno di intermediazione con le istituzioni.

Francesco Megna, autore di questo articolo, è commerciale settore banking

Foto pxhere.com