Le lacrime dei padri che non possono dare un avvenire ai figli nella loro terra

Per la prima volta dopo quasi un secolo, il numero di cittadini italiani residenti all’estero ha superato il numero degli stranieri residenti in Italia

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Voglio piangere le lacrime di rabbia dei padri che non hanno potuto dare un avvenire ai propri figli nella loro patria – e dei risolini dei cuori di pietra non me ne frega niente: sì, Dio, Patria e Famiglia. Nel 2015, per la prima volta dopo quasi un secolo, il numero di cittadini italiani residenti all’estero (5 milioni e 200 mila) ha superato quello dei cittadini stranieri residenti in Italia (5 milioni e 26 mila): lo dicono i dati Istat e delle anagrafi consolari, raccolti nel Dossier Statistico Immigrazione 2016, realizzato dal Centro studi Idos e dalla rivista Confronti, presentato il 27 ottobre a Roma.

The water is wide/ I can’t cross over. Nemmeno i ragazzacci più duri, scappati a Boston dalla feroce rappresaglia degli inglesi, dopo il bagno di sangue dell’Easter Rising, Éirí Amach na Cásca, la Rivolta di Pasqua del 1916, potevano trattenere le lacrime quando la sera, radunati tutti in veglia in casa di Joe Kennedy, bevendo Jameson e Guinness, una ragazza dai capelli rossi, la pelle bianca come il latte e gli occhi verdi come l’Isola di smeraldo, intonava “The water is wide”. La musica la conoscete anche voi, l’avete cantata a Messa, ma con parole diverse («È giunta l’ora, Padre, per me:/ ai miei amici ho detto che»), perché questo canto è così intriso del dolore della popolare cattolicità sparpagliata nel mondo da divenire un nostro inno. No, quando Rose Fitzgerald, Mairéid O’Sullivan o qualche altra bellezza della parrocchia arrivava al secondo verso, I can’t cross over, piangevano tutti. Anche Angelo, fratello del mio bisnonno Pietro, coetaneo e amico di Joe, che una di quelle belle ragazze irlandesi sposerà, forse piangeva assieme a loro, pensando all’immensità dell’oceano che lo separava dal nostro paese addormentato sulle montagne dalle cui giogaie vedi Porto Venere.

Ma, come mi hanno raccontato i miei cugini italo-irlandesi, la loro bisnonna quella canzone a veglia da Joe Kennedy non la voleva cantare, perché era diventata popolare quando i ragazzi di Cork e di Limerick iniziarono a prendere la via dell’Australia. No, l’America era già uno strazio, ma se partivi per l’Australia era meglio che ti sparavano subito un colpo di revolver in testa gli sbirri del Royal Irish Constabulary. Non avresti mai più rivisto tua madre. Eri morto.

Ora, cara figlia mia, lo so, la tua migliore amica è partita per l’Australia, come tanti figli del ceto medio proletarizzato e reso disoccupato a priori dai farabutti che ci opprimono dalle loro banche. Persino nella nostra città che deteneva il record della piena occupazione, oggi non ce n’è più per nessuno. Cara figlia mia, cento lire io te le do ma in Australia, no, no, no.

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