Le disavventure della sicurezza percepita

Se il questore di Milano è assediato dalle richieste di porto d’armi, non è utile né intelligente addebitare il fenomeno alla paura indotta dai mezzi d’informazione allarmistici o alla demagogia di xenofobi e populisti

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Giorni fa, in una piazza di Trastevere, un amico fededegno ha verificato su di sé gli effetti della crescente trascuratezza in fatto d’illuminazione (a Roma intere zone vengono abbandonate al buio, forse per guasti o per carenza di soldi). Alle otto di sera un italianissimo sbandato orinava invisibile nel parco giochi dedicato ai bambini. Alle prime rimostranze, ha brandito una cassetta di legno avanzata dal mercato e urlando ha minacciato, bene che andasse, di uccidere chiunque. I pochi presenti, salvo un vecchio afono e coraggioso, si sono appiattiti sui muri come gechi. L’amico ha telefonato al numero della Polizia municipale (“centrale operativa”), che ha squillato a lungo e a vuoto. Se l’è infine cavata grazie a una, diciamo così, deterrenza fisica naturale. Non ha sporto denunce, tornato a casa ha continuato per oltre un’ora a contattare la municipale. Nessuna risposta, tutto documentabile. Si tratta di un episodio minore, una disavventura finita bene (non per l’igiene dei bimbi) e priva di rilievo statistico. Per il Comune non sarà mai accaduto.

Siamo dunque così certi che l’insicurezza percepita sia tanto trascurabile di fronte ai numeri rassicuranti esibiti dalle istituzioni e dai soliti improvvisati competenti? Io no. E lo dico guardando non soltanto al caso di Budrio, all’Emilia sfregiata da un Rambo slavo vissuto di rapine e omicidi, sopravvissuto in condizioni di selvaticità che oggi auguro al prototipo del borghese accigliato dagli eccessi della legittima difesa e chiuso in modo tetragono alla possibilità di legalizzare la presenza di armi domestiche. Qui vanno forte le schegge di minuta esistenza metropolitana, episodi di violenza e di sopruso che non fanno statistica perché non vengono denunciati o soltanto perché non sfociano in drammi fatti e finiti. Se il questore di Milano è assediato dalle richieste di porto d’armi, non è utile né intelligente addebitare il fenomeno alla paura indotta dai mezzi d’informazione allarmistici o alla demagogia di xenofobi e populisti. Dileggiare la paura degli altri, rifiutarsi di ascoltarla e di prenderne le misure, è una caratteristica reazione da garantito del centro storico (romano, per esempio) o del quadrilatero (milanese): una minoranza egemone che non conosce l’etologia cittadina, l’antropologia delle periferie, la sacertà del confine pubblico (limes) e della soglia privata (limen), compresa quella psicologica.

Al decisore politico si chiede d’intervenire in termini preventivi e repressivi, oltreché pedagogici. È giusto: la deterrenza, la possibilità che lo Stato in ogni sua articolazione sia in grado di mettere in campo una forza incomparabilmente superiore a quella delinquenziale, in astratto funziona sempre. Ma è al di sotto dell’empireo ideale, lì dove la quotidianità è fatta di manutenzione ordinaria, che bisogna guardare.

Provate a moltiplicare alla N il grado di violenza privata, abbandono pubblico e rassegnazione collettiva presenti sotto i vostri occhi, avrete così un buon indice di qualità dell’insicurezza sommersa, quella che poi emerge nei sondaggi anonimi sgraditi alle terrazze benpensanti. Poi dice che uno si butta a sinistra (quella vera, tutta Novecento e senso dello Stato, perciò anche di destra) e adotta in copertina il cattivissimo ministro Minniti.

Foto Ansa

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