Cos’è dunque la laicità? Il diritto di entrare a Monreale in canotta

Quando si arriva a dire che pretendere rispetto in chiesa è come imporre il “burkini cattolico”, significa che la polemica è già oltre la cialtronaggine

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Siamo d’accordo, quella sul burkini è veramente una polemica del menga. Anzi, lo abbiamo anche scritto che è un dibattito per cialtroni. Non a caso se n’è occupato quel fannullone del Correttore di bozze. E perfino lui tendenzialmente farebbe a meno di tornare su una simile frescaccia, se non fosse che il Fatto quotidiano ieri se n’è uscito con un commento (un commento, capite?) intitolato così: “A Monreale vige il burkini cattolico”.

Adesso dite un po’ voi: un correttore di bozze legge “burkini cattolico” e cosa deve pensare, povero illuso? Che finalmente dalla Sicilia sorge l’alba di un nuovo galoppante medioevo, tutto oscurità e oppressione come ai bei tempi? Che la cristianità sicula grazie al cielo ha ricacciato le svergognate fìmmene moderne nella sottomissione che si meritano?

Nulla di tutto questo, purtroppo. Nell’articolo, piuttosto, l’autore Alex Corlazzoli intende denunciare una regola imposta ai visitatori della cattedrale di Monreale allo scopo di costruire un accostamento culturale che il Correttore di bozze, con un termine tecnico della semiotica del linguaggio, oserebbe definire “a cazzo”.

Scrive Alex Corlazzoli:

«C’è chi in Francia non vuole che le donne islamiche portino il burkini in spiaggia e c’è chi costringe i fedeli cristiani cattolici a indossare una sorta di camice trasparente, al costo di un euro, prima di mettere piede nelle magnifica cattedrale di Monreale, in Sicilia. È il “burkini” cattolico: non è un velo che copre solo le spalle; non è un tessuto che nasconde ogni angolo di corpo per evitare ogni concupiscenza della carne. È una sorta di pastrano leggero, sottile, che lascia intravedere tutto ciò che il turista indossa. Basta avere una gonna appena sopra le ginocchia e si è obbligati ad acquistarlo affinché sotto lo sguardo del Cristo Pantocratore vi siano solo uomini e donne “timorosi” di Dio. L’idea è dell’ente per le opere di religione dell’arcidiocesi che gestisce le visite al duomo della città. (…) Sul sito www.monrealeduomo.it per i visitatori è esplicitato: “Per garantire il rispetto e il silenzio all’interno del luogo sacro, potranno essere ammesse solo le persone vestite decentemente”. Nessun riferimento al “burkini” cattolico sbarcato, a quanto pare, per ricordare agli scriteriati fedeli il rispetto per i luoghi sacri e per il loro Dio».

Tutto qua. Il «burkini cattolico» scovato dal Fatto quotidiano non sarebbe altro che questo. Un «camice usa e getta» (così lo definisce il sito www.enteoperemonreale.it, dove invece il «riferimento al “burkini” cattolico» c’è eccome). Il «pastrano leggero» che i turisti seminudi sono «obbligati ad acquistare» se vogliono entrare a Monreale.

Ora. A parte che bisognerebbe capire cosa vuol dire esattamente che sono «obbligati». Basterebbe una semplice telefonata per scoprirlo, ma il Correttore di bozze non ha nessuna intenzione di farla, mica è qui per lavorare lui. A prescindere, tuttavia, egli dubita fortemente che se il coraggioso Alex Corlazzoli si presentasse a Monreale vestito con «una gonna appena sopra le ginocchia» verrebbe buttato fuori. E in ogni caso, non è questo il punto.

Il punto è che Alex Corlazzoli nel suo blog sul sito del Fatto si presenta come «maestro e giornalista». «Soprattutto maestro». E un maestro dovrebbe sapere, o se non sa dovrebbe almeno riuscire a intuire, quale sia la differenza tra un burkini indossato in spiaggia e un «camice usa e getta» indossato in una chiesa. Egregio professore Corlazzoli, se lo lasci spiegare da uno che non ha manco la terza media: evocare il «timore di Dio» qui fa molto “islam=cristianesimo” e dunque serve a rinforzare la sua tesi, ma c’entra pochino con il senso dei capi di abbigliamento in discussione, lo può capire perfino lei.

Anche sottolineare il dettaglio che «a Monreale il rispetto costa un euro» è una battuta carina ma ci manda un può fuori pista, non crede prof? (Del resto se lo dessero via gratis, il pastrano, magari il Fatto ci avrebbe risparmiato il «burkini cattolico» ma sarebbe stato tutto un punto esclamativo: “Ecco come buttano l’8 per mille i preti ladroni di Palermo !!!!”).

Oh, sia chiaro, al Correttore di bozze non gliene frega niente di difendere il pastrano vedo-nonvedo di Monreale. Manco l’arcivescovo Michele Pennisi sembra essere particolarmente convinto della soluzione. Però il monsignore spiega un concetto facile facile al maestro Corlazzoli: «La cattedrale è un luogo di preghiera che richiede rispetto ed è giusto che ci si presenti vestiti in maniera decente. Spesso chi arriva al duomo indossa abiti succinti: piuttosto di vietare loro l’ingresso si è preferito fornire un indumento che non disturbi nessuno». Ora capisce la differenza tra una spiaggia e un luogo di culto, prof?

Ecco. È vero che il Correttore di bozze è un misero bifolco educato in una madrassa cristiana, mentre il prof Corlazzoli può permettersi di scrivere che «la mia “scuola” sono state le strade del mondo», e scusate se aggiungo ammàppete. È vero che il Correttore è cresciuto a pane e catechismo mentre il prof Corlazzoli approfondiva «la conoscenza delle altre culture nei miei viaggi in Mozambico, Senegal, Kenya, Marocco, Palestina, Siria, Giordania, Libano, India, Brasile, Albania, Romania e altri ancora». Però nelle «strade del mondo» mica insegneranno ai «maestri e giornalisti» che bisogna sentirsi in diritto di entrare in casa altrui in giacca e ciabatta.

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