La verità è la faccia nota del Mistero

Riflessioni a margine del convegno di Esserci su libertà ed educazione. «A favore della verità è sceso in campo addirittura Dio»

Parlare oggi della verità può essere rischioso: o si cade nel politicamente scorretto o in una supposta, enorme presunzione. Un tempo si poteva fare, magari a condizione che si rimanesse nel recinto delle “cose religiose”. Anche la religione, tuttavia, adesso si trova in imbarazzo a usare termini che sembrano troppo categorici e poco rispettosi di chi la pensa diversamente. Ognuno ha il suo credo e, interiormente, se lo coltivi: tanti credo fanno una credenza. Così è se vi pare, avrebbe detto Pirandello.

A partire dalla seconda metà del secolo scorso è diventato senso comune un inesorabile sgretolamento del fondamento razionale capace di legittimare, quindi rendere plausibile, il ricorso alla verità nelle argomentazioni intersoggettive. Giancarlo Cesana, parlando a Milano ad una attenta platea del teatro del Rosetum a conclusione di un ciclo di incontri promosso dalla Associazione culturale Esserci, ha contribuito ad accrescere il problema. Cesana è medico, ordinario di Igiene pubblica e del territorio, quindi abituato a trattare le cose con metodi empirici, poco incline a svolazzi metafisici.

Parlando di educazione, ha osservato che, nell’atto educativo, è la verità a provocare la libertà umana e che la verità è la faccia nota del Mistero. Vale la pena non essere frettolosi su queste affermazioni e sulle loro implicazioni gravide di conseguenze. Dunque la verità è coessenziale al mistero e il mistero non è inaccessibile alla umana ragione allorché si presenta nella forma della verità e nella misura che la Grazia concede al moto della nostra intelligenza. I greci dicevano aletheia per indicare la verità e il termine stava a significare “ciò che non si nasconde” (alfa privativo + lantano, nascondersi, e questo è l’etimo più diffuso).

Osserva Cornelio Fabro (Dall’Essere all’esistente) che Friedrich Hegel ha avuto il merito di proclamare l’enorme peso dell’aspetto conoscitivo del cristianesimo e ricorda lo stupendo detto di Aristotele che «Dio non è invidioso» e non può quindi nascondersi all’appassionata ricerca dell‘uomo. L’affermazione di Hegel fu molto audace considerando che fu fatta in pieno Protestantesimo reagendo all’emozionalismo di derivazione kantiana che apriva il fiume ininterrotto della spiritualità luterana che riduceva tutto ad una religiosità intimistica e sentimentale. La verità, faccia nota del Mistero, è ad esso l’accesso, tanto che alla ragione si concede quanto ad essa si sottrae. La verità non si condensa in formule né si esaurisce in ciò che scopriamo perché il Mistero è sempre eccedente di fronte ad ogni investigazione. Dunque della verità non è dato impadronirsi, non si offre al dominio. Il relativismo, la religione dogmatica universale, nasce quasi per un risentimento teoretico a ciò che non si può gestire e così nega alla verità stessa la sua esistenza. Da sempre la hybris umana non sopporta ciò che la supera.

A favore della verità è sceso in campo addirittura Dio, nella persona di Gesù Cristo, per dire che tra lui e la verità non c’è una semplice parentela ma «Io sono la Via, la Verità, la Vita» (Gv 14,6), e questa è l’identificazione della Verità con il contenuto della autocoscienza di Cristo. Ciò fissa il fondamento della esperienza cristiana (Via e Vita) che strappa a ciò che sembra il caleidoscopico fluire del reale la pretesa di stabilire l’essere o il nulla del mondo e della vita dell’uomo. Il versetto del Vangelo di Giovanni, «Io sono la Via, la Verità, la Vita», rivela in modo stupefacente l’intenzione ultima di Dio con l’uomo: pur offrendo alla creatura la possibilità dì conoscerlo, Dio chiede soprattutto di entrare in comunione con Lui. E lo fa usando tutti i linguaggi, aprendo la Via, rivelando il sapore della Verità, offrendo una Vita che sia di fronte a noi e al mondo spettacolo di bene e di carità commossa. Che è il senso vero della esperienza cristiana.