La vera storia da raccontare è che la controstoria era falsa

Del “processo prima del processo” stampa e tv non sono asettici spettatori, ma colpevoli attori. Lo ha scritto un giudice a palermo

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Una trattativa c’è stata. Ed è quella intercorsa tra giornalisti e pm. Non è la prima volta – e, purtroppo, non sarà l’ultima – che vediamo svolgersi sotto i nostri occhi l’incesto tra informazione e procure. Un’inchiesta che ha largo spazio su tv e quotidiani con titoli in prima pagina e trasmissioni monotematiche in prima serata, si rivela una panzana, una frottola, vapore acqueo. Solito refrain: chi l’ha cavalcata ha costruito una carriera, chi l’ha subìta ci ha rimesso soldi, salute, reputazione.

Commentando sul Foglio l’assoluzione di Calogero Mannino, un giurista serio e autorevole come Giovanni Fiandaca ha parlato di una «relazione gravemente patologica, una sorta di perversione sistemica» tra media e procure. Se andate a leggervi le conclusioni delle motivazioni con cui il giudice Marina Petruzzella ha assolto l’ex ministro Dc, vi troverete anche pesanti considerazioni sull’operato dei giudici di Palermo e sull’utilizzo non innocente della carta stampata e del mezzo televisivo che del “processo prima del processo” non sono asettici spettatori, ma colpevoli attori.

Sono vent’anni che in nome di fantasiose tesi e ipotesi di reato si cerca di raccontare una “controstoria” sui rapporti fra mafia e Stato. È la mistica della “narrazione”, dello storytelling, del papello che dimostrerebbe tutto, portando alla luce del sole quel che è all’oscuro. Poi, quando si fa luce, quando si vede che le prove non erano prove ma patacche, quando la storia si ripiglia le sue rivincite sulla controstoria, tutto tace, mentre il clan marionette&manette è già passato alla nuova sceneggiatura, al nuovo canovaccio. Dopo vent’anni, un processo andrebbe fatto, sì. Di papelli sono piene le redazioni dei giornali.

Foto Ansa

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