La scuola, la dad e la Pasqua. «Noi vogliamo vivere, non solo sopravvivere»

«Abbiamo bisogno di essere salvati (salus), non soltanto tutelati e protetti». L’augurio di buona Pasqua di un rettore a studenti e insegnanti

Resurrezione di Cristo, dipinto di Ugolino di Nerio

Pubblichiamo il saluto che Luca Montecchi, rettore dell’Istituto Don Gnocchi di Carate Brianza (Mb), ha rivolto mercoledì 11 marzo ai ragazzi e agli insegnanti in vista della Pasqua.

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Siamo qui radunati perché ci tenevo tanto a salutarvi. Volevo e desidero fare una breve sosta per guardarvi in viso (appena schermato, purtroppo) e dirvi quel che mi sta a cuore in questo delicato momento.

Periodo duro e lungo – oltre un anno, ormai – quello che abbiamo sopportato, che stiamo sopportando. Tanto più duro perché non ne vediamo la fine, nonostante le ripetute parole d’auspicio e di rassicurazione che ci vengono martellate da chi porta la responsabilità di governo e dalle fonti dell’informazione.

Il momento è duro, difficile, perché siamo confinati nelle mura di casa, conduciamo una vita separata, stretti tra il timore e il senso di colpa del contagio: ci dicono che abbiamo il sacro dovere di proteggerci, che non dobbiamo frequentarci, non dobbiamo ritrovarci, né fare sport né creare o propiziare occasioni di svago collettivo, d’allegria condivisa, di contatto. Che non dobbiamo andare a scuola, e che farla “a distanza”, da lontano, è in pratica equivalente; qualcuno diceva che la “dad” è addirittura meglio, ché così si possono esplorare nuove strade (?): dopo un anno abbiamo fatto esperienza del contrario, e si registra l’aumento impressionante dei casi di depressione, di panico, di fobie e di manie che in questi tempi prendono proprio gli adolescenti.

Noi che lavoriamo al “Don Gnocchi” – docenti, presidi, il rettore per primo – abbiamo cercato sempre, negli ultimi 13 mesi, di vincere o combattere questa sindrome da abbandono, di non rassegnarci al nuovo stato di cose tanto nel concreto fare lezione quanto nel modo deprimente di pensare la vita che si respira intorno. Abbiamo a cuore la salute anche mentale dei ragazzi. Noi, la “dad”, la facciamo non perché sia un ideale di scuola, tutt’altro!, ma perché il web e il pc sono un canale e uno strumento che, con le ripetute limitazioni che ci sono imposte, almeno ci consentono di tenere aperta e viva la relazione, i rapporti fra noi. E così ci consentono il quotidiano, paziente, serio lavoro di capire la realtà, le cose e i concetti e gli affetti che le legano e le tengono insieme. Questo è il bello e il fascino del fare scuola: lo scoprire il mondo fuori di noi e la nostra anima, o cuore, e in che modo vediamo e sentiamo e immaginiamo quel mondo, e che cosa quello ha a che fare con noi. Leopardi, in versi indimenticabili, dice della natura dell’uomo:

«Natura umana, or come,/ se frale in tutto e vile,/ se polve ed ombra sei, tant’alto senti?».

Ecco, noi vogliamo vivere, non ci basta sopravvivere. Poiché la vita non si riduce a non ammalarsi del virus, non si limita alla salute sanitaria (che pure è importante, figurarsi!, come i soldi, del resto): ha continuo bisogno di senso, di significati, di bellezza, di musica, di scienza, di sguardi amici, di gesti materiali, di cibi, di occhi, di mani, dei nostri corpi. La nostra ragione ha bisogno di certezza, di verità, per muoversi e per cercarla. La vita vuol essere salvata (salus), cioè felice, libera – non soltanto tutelata e protetta.

Oggi è l’ultimo giorno prima della pausa, del giusto riposo prima della volata che ci porterà a finire anche questo tormentato anno scolastico. Qui ribadisco che i vostri presidi e insegnanti, come hanno fatto nei mesi passati, così ancora fanno e faranno di tutto per portare quanti più studenti in classe – nel rispetto delle norme e dei protocolli di sicurezza: vedremo che decisioni potremo prendere. Lo scopo è favorire al massimo possibile la mossa della libertà, l’iniziativa di ciascuno, e il rapporto vivo coi docenti. Pensiamoci: l’epidemia ci ha fatto capire, o riscoprire, quanto è importante il rapporto umano, la stima e la fiducia nei confronti dei maestri, tutto l’opposto della distanza, dell’estraneità che tante volte si prova in tante scuole; ora anzi, capiamo di più che è un bene prezioso il fatto che i professori ci sono e sono lì per aiutarmi. E io, studente, posso sempre rivolgermi a loro, anche a uno solo, per dire la mia difficoltà così come la mia proposta.

Un’ultima considerazione, forse la più importante. Ciò che ho fin qui affermato – l’esigenza di senso, di verità, di libertà, di rapporti, di salvezza eccetera – è tutto vero, ma abbiamo la coscienza che da uomini come siamo non ce la facciamo senza un aiuto che superi le nostre deboli forze: basta ricordare la malattia e la morte che hanno colpito i nostri parenti e amici e ce li hanno portati via. Ci vuole la forza sovrumana di Dio, di un Dio che però non se ne sta lontano nei Cieli, ma di un Dio che ci ama e ci vuole sempre con sé: che si è fatto uomo in Gesù e si è fatto sacrificare, inchiodare alla Croce e uccidere per vincere la morte con la Sua Resurrezione. Un Dio che sempre, ogni giorno, a ogni istante, ci crea e ci salva e ci accompagna in Cielo.

I giorni di pausa che abbiamo davanti sono i giorni della Settimana Santa e di Pasqua: la settimana detta “autentica” perché la più drammatica dell’anno, la più urgente, nella quale si consuma e si spalanca il fulcro del Mistero dell’essere, perché manifesta la tremenda potenza del male e, insieme, l’insuperabile onnipotenza di Dio, che è l’essere, la realtà stessa amante dell’uomo, di noi uomini.

Il mio saluto, il mio invito, il mio augurio è di scoprire e far memoria del fatto più sconvolgente della storia: la verità e l’amore che desideriamo e che cerchiamo è un Uomo che ha dichiarato di essere Dio, cioè la nostra salvezza, la nostra speranza. Non l’ha detto soltanto, lo ha fatto con le opere e con la stessa vita, per portarci nella felicità eterna. La nostra amicizia non ne è che l’anticipo.