La rivincita sul partito dell’immagine

La storia non va dietro le alchimie di alcuni giornalisti-politologi che scorrazzano su Repubblica e su La7

Caro direttore, oramai da tempo la partita della politica si gioca sempre tra due poli: la realtà è l’immagine. È nella casa dell’immagine che si dipanano i fili del perché è del per come c’è chi perde e c’è chi vince. Intendo i talk show televisivi, dove i soliti noti si arrampicano sugli specchi per farci capire che il mondo è tutto nella loro testa e, per capire dove va il vento, bisogna fare nostri i pensieri dell’intellighenzia radical chic che dai salotti televisivi tiene banco tutte le mattine e tutte le sere. Abbiamo capito che il Male assoluto è la destra e per questo su di essa cadono i fulmini di una aggettivazione che la demonizza: sovranista, fascista, antieuropea…

La sinistra governativa è calata alla vigilia del voto in Umbria con Conte, Zingaretti, Di Maio per avvertire l’estblishment che qui o si fa l’Umbria come sempre è stata… o si muore. Si è anche detto a chiare note che il voto regionale non è un test sul governo, ma comunque già la grande proletaria si è mossa. L’esito, da molti agognato e da altri temuto, ha superato le aspettative. La realtà vince sempre sull’immagine che il potere ha in testa. Vola la Lega e la coalizione di centrodestra trionfa visibilmente, il Pd mantiene poco più del 20 per cento, il M5s si rivela per quello che è: un partito verboso è confuso.

Non si tratta di inneggiare ai vincitori che dovranno dimostrare di avere l’energia e le capacita di governare una Regione che è una sorta di laboratorio politico. C’è dietro a questa competizione elettorale un segnale chiaro per tutti. La storia non va dietro le alchimie di alcuni giornalisti-politologi che scorrazzano su Repubblica e che su La7 di Cairo sparano sentenze surreali e a senso unico. Per dirla laicamente c’è un’astuzia della ragione che non può essere ingabbiata nella testolina di grandi vecchi e di giovani apprendisti stregoni votati alla sinistra quale emblema di progresso e modernità.

C’è un popolo che non frequenta i salotti buoni, ma che è dotato di realismo e di buon senso e più di tanto non sopporta i regimi culturali di chi pretende stabilire ciò che è buono e ciò che è giusto e addirittura dirci dove va il mondo. Questa è l’epoca che, più di altre, ci chiede di cambiare e di costruire, di creare spazi di libertà associativa e personale per educare, per imparare a lavorare, per servire il bene comune che non si riduce a formula. Una concezione dell’uomo non soggetta alle mode ma che serva la verità di ognuno e la libertà di tutti.

Molte cose accadono per metterci alla prova, per tradurre le parole in fatti, per consegnare alle giovani generazioni una speranza certa che ciò che si desidera, come un imprevisto, può cominciare ad accadere realmente. Come già è accaduto.

Egisto Mercati

Foto Ansa