«La prima energia è il bene comune. Possiamo risollevare il paese ma tutti devono agire»

Transizione energetica («per noi è già iniziata»), idrocarburi («portano lavoro e sono sicuri»), grandi opere («il Covid ci aiuti a sburocratizzare»), ponte Morandi («un modello»). Intervista a Marco Brun, Ceo di Shell Italia, oggi al Meeting per parlare di Green economy

Marco Brun, Ceo di Shell Italia, è alla sua prima partecipazione al Meeting di Rimini. Chiamato a intervenire all’incontro “Green economy, green welfare?” (mercoledì 19 agosto, ore 15), Brun spiega a Tempi di aver accettato l’invito perché pensa che la kermesse riminese sia il luogo adatto per far arrivare a un pubblico di esperti e non un messaggio fondamentale. «Oggi su giornali, social e tv tutti parlano di transizione energetica, rinnovabili e mobilità elettrica, ma va evitata la tentazione di pensare che siano argomenti semplici e che basti premere un interruttore perché, magicamente, tutto avvenga e si trasformi. Si tratta invece di argomenti complessi, che necessitano di una programmazione seria. Ognuno dovrà fare la propria parte dicendo come e quando intende farla, è necessario capire chi può fare gli investimenti e chi dovrà sostenere i costi. Penso che il Meeting, per la sua storia e la sua credibilità, sia il luogo adatto per discutere di queste cose». E, aggiunge subito dopo Brun, «occorre darci tutti una mossa. Come ci ha richiamato anche papa Francesco, tutti dobbiamo cooperare a mettere sul tavolo i progetti perché questa transizione energetica si realizzi, tenendo in giusto conto tutti gli aspetti, da quello ambientale a quello economico a quello sociale e occupazionale».

«ZERO EMISSIONI, PUNTANDO SU DIVERSI CAVALLI»

Partiamo allora nella nostra chiacchierata, parlando dell’obiettivo più difficile e più importante con il quale tutti si devono confrontare: il net zero emission al 2050. È possibile? È realistico? «È una sfida complessa – dice Brun – ma non impossibile, a patto che si adotti un approccio organico e non settoriale. Gli ostacoli sono molti, non ultimo il Covid che ha avuto un impatto devastante sulla nostra società e che, in particolare in Italia, ha fatto emergere antichi problemi, preesistenti la pandemia». Shell ha aderito agli obiettivi fissati a Parigi nel 2015 e, spiega Brun, ha approntato un piano per raggiungere la neutralità in termini di emissioni nette al più tardi al 2050, se non prima. «Per quel che ci riguarda abbiamo di recente aggiornato la nostra strategia che punta ad abbattere le emissioni derivanti dalle nostre attività del 35 per cento al 2030 e del 65 per cento al 2050. Abbiamo una nuova divisione New Energy, abbiamo stretto accordi, acquisizioni, joint ventures con numerose start-up nell’ambito dell’energia rinnovabile e dell’intelligenza artificiale applicata ai sistemi energetici, per migliorarne l’efficienza, coprendo settori sia nel campo dell’eolico sia del fotovoltaico. Ma deve essere chiaro a tutti che è un cammino che deve seguire certe tappe e che avrà i suoi tempi». Brun ci tiene a sottolineare che l’obiettivo può essere raggiunto solo «puntando su diversi cavalli e non su uno solo». Quindi sul gas («un tassello fondamentale nella transizione energetica», chiosa Brun), sui lubrificanti («altro elemento importante per la riduzione dell’attrito e quindi dei consumi»), sulle energie rinnovabili.

LO STORYTELLING DELLA BASILICATA “TEXAS D’ITALIA”

Veniamo all’Italia, paese in cui Shell opera da più di un secolo (dal 1912) e di cui è il maggior investitore straniero nel settore dell’oil&gas; famosi sono i progetti in Basilicata, Val D’Agri e Tempa Rossa, dove sono stati ritrovati i maggiori giacimenti on-shore europei in grado di soddisfare il 10 per cento del fabbisogno petrolifero nazionale. Una manna per un paese come il nostro. E tuttavia va vista anche l’altra faccia della medaglia: per Tempa Rossa ci sono voluti trent’anni a partire, un tempo biblico, che solo colossi come Total e Shell hanno potuto permettersi. E poi: tale percentuale potrebbe salire al 30 per cento se solo la politica nazionale e regionale di questo paese fosse stata più lungimirante in questi anni. Provate solo a immaginare le ricadute positive su Pil, investimenti locali, tasse, royalties da reinvestire in progetti green e di economia circolare. «Io credo che negli anni scorsi sia stato fatto un errore di narrazione della realtà della Basilicata. La si è presentata come il Texas d’Italia, ingenerando nell’immaginario collettivo la preoccupazione di vedere anche sul nostro territorio i “cavallini”, quei macchinari che qui da noi abbiamo visto solo nei film. Niente di più lontano dalla realtà. L’estrazione degli idrocarburi avviene seguendo norme che in Italia, e in particolare in Basilicata, sono davvero severe e stringenti». 

«UNA GRANDE OPERA CI COSTA 8 ANNI DI INERZIA BUROCRATICA»

Il problema vero, piuttosto, è quello di un paese che anziché far fruttare questa fortuna, la ostacola. «Oggi – dice Brun – una grande opera, cioè un’opera il cui investimento è superiore ai 100 milioni, impiega in media 15,8 anni per vedere la luce, di cui circa 8 dovuti a inerzia burocratica, posizionando in tal modo l’Italia sui gradini più bassi della classifica di competitività e attrattività degli investimenti». Ritardi, lentezze burocratiche, incapacità e coraggio politico nell’assumersi delle responsabilità, è questo che blocca il paese. E se tutto ciò era già inaccettabile prima, ora con la crisi ingenerata dal Covid, diventa ancor più drammatico.

PONTE MORANDI, «L’ESEMPIO GIUSTO»

Brun spera tuttavia che proprio la necessità ci spinga a cambiare: «Potremmo trasformare questa difficoltà in una possibilità e trovare la forza per risollevarci, così come fecero i nostri padri nel Dopoguerra. Ci vorrebbe quello spirito e quella coesione, quell’intenzione di lavorare tutti per il bene comune». Oggi c’è? Cosa manca? «Manca innanzitutto una visione, un’idea comune di Paese, un pensare guardando oltre le scadenze elettorali; ci sono poi i problemi atavici, una stratificazione legislativa e burocratica che ci paralizza. È un problema di cui in Italia discutiamo da anni, e ci vorranno anni per ripensare un sistema di regole chiare e semplici. Ma non possiamo aspettare, dobbiamo agire». 

Bisogna guardare il bicchiere mezzo pieno, incalza il Ceo di Shell Italia. Un esempio in positivo l’abbiamo sotto i nostri occhi, è il ponte Morandi, costruito bene e in fretta grazie al concorso di tutti e sotto la regia di un commissario. «Ecco – conclude Brun – la metodologia di lavoro deve essere quella. Ci sono settori che possono aiutare il paese a risollevarsi, penso alle energie rinnovabili, al 5G, ai porti e alle infrastrutture portuali. Oggi non è più il tempo delle discussioni, ma dell’azione».