La nuova strategia Lgbt per entrare nelle scuole, sui posti di lavoro, sul web

Abbiamo letto la raccomandazione europea accettata dal nostro ministero delle Pari opportunità. Si auspicano nuove norme su matrimonio, cambiamento di sesso e pedofilia.

Un progetto proposto dal Consiglio d’Europa per tutelare le persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (Lgbt) è stato trasformato nel 2012 dal ministero italiano delle Pari Opportunità in una “Strategia nazionale per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”. Il documento, di cui è stata resa pubblica una bozza di 42 pagine nall’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), servirebbe a implementare una “raccomandazione”, di per sé non vincolante, del Comitato dei ministri europeo del 2010.
Non si sa in quali ambienti sia già circolato il testo, ma prevede «una collaborazione tra le diverse realtà istituzionali, il terzo settore e le parti sociali per l’implementazione delle politiche di prevenzione e contrasto della discriminazione nei confronti delle persone Lgbt».

GLI ATTORI. «In tale ottica – prosegue il testo – è stata preziosa la consultazione delle associazioni Lgbt». Nel documento si parla dell’istituzione di una governance nazionale di 29 di queste. Tra le più note l’Arcigay, l’Equality Italia e le Famiglie arcobaleno. Tra i ministeri per applicare la strategia quello dell’Interno, della Giustizia, della Salute, delle Politiche sociali, dell’Istruzione, degli Affari esteri, delle Regioni. Fra le parti sociali da invitare ai tavoli di lavoro sono indicati i sindacati più importanti come la Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria, Confcommercio, Coldiretti, Confartigianato, Confesercenti, Confcooperative, Confapi, Legacoop, Cna, Confagricoltura. Chiamati in causa anche il sindacato e l’Ordine dei giornalisti.
Per giustificare il documento viene subito menzionata un’indagine dell’Istat del 2011 secondo cui il 41 per cento della popolazione ritiene che un omosessuale non debba fare l’insegnante per paura di esternazioni inutili. Secondo il rapporto, questi dati, «indicano ancora una titubanza nella percezione delle discriminazioni per l’orientamento sessuale». Perciò, ai fini di «agire sulla percezione dell’omosessualità e contrastare chiaramente le discriminazioni verso l’orientamento sessuale, il dipartimento delle Pari opportunità ha finanziato varie attività di informazione, sensibilizzazione (…) in collaborazione con il mondo dell’associazionismo».

BISTURI E SCUOLA. Citati poi come discriminanti il costo delle operazioni chirurgiche per cambiare sesso e le liste d’attesa nel settore pubblico. Si parla inoltre della necessità di somministrare ormoni ai detenuti per «non ostacolare il processo di transizione di genere». Grave persino la possibile decisione di proprietari di case che decidano di non affittarle ai transessuali per timore della prostituzione. Non esistono invece «dati o indagini per quanto riguarda le promozioni o progressioni di carriera ed i licenziamenti», ma si citano aziende come l’Ikea e l’Ibm in cui l’omosessualità è particolarmente tutelata. Questo, secondo il protocollo, dovrebbe essere il modello, la cosiddetta politica di «inclusione di diversità», che agevoli chi rientra nelle categorie Lgbt.
Si cita poi la raccomandazione del 2010 per dire che un’inclusione maggiore deve esserci anche nell’assunzione degli insegnanti, favorendo «l’emersione dell’invisibilità delle persone Lgbt nelle scuole, sia tra gli insegnanti sia tra gli alunni».
Si consigliano corsi anti-bullismo in cui valorizzare «le espertize delle associazioni Lgbt in merito alla formazione», inserendo nei programmi scolastici «particolari focus sui temi Lgbt» con una «modulistica scolastica amministrativa e didattica in chiave di inclusione sociale, rispettosa delle nuove realtà familiari, costituite dai genitori omosessuali».

LAVORO E CARCERE. Per quanto riguarda il lavoro si attua l’articolo 29 della raccomandazione europea sull’«accesso all’occupazione e alle promozioni professionali», con il monitoraggio sui luoghi di lavoro, sensibilizzando i datori di lavoro e le figure dirigenziali creando un’apposita «struttura di monitoraggio di discriminazione nel mondo del lavoro» e la «costituzione di un tavolo permanente di monitoraggio della contrattazione nazionale», con la «creazione di network Lgbt all’interno delle aziende» e «l’estensione di benefit specifici».
Si parla poi di borse lavoro e bandi specifici, dell’inserimento nelle forze dell’ordine di omosessuali per il «supporto alla denuncia di eventuali reati».
Per quanto riguarda i carcerati non si parla solo del monitoraggio della salute, della sensibilizzazione degli agenti penitenziari, ma anche dell’inclusione al lavoro carcerario con «programmi di supporto, favorendo anche i percorsi di fine pena o di alternative al carcere», cosa che andrebbe forse richiesta per tutti i carcerati onde evitare ulteriori scontri e violenze già presenti fra i detenuti.

STAMPA E NUOVI REATI. Il capitolo dedicato all’informazione si preoccupa delle «dichiarazioni provenienti da alcuni rappresentanti delle istituzioni politiche ed ecclesiastiche, veicolate costantemente dai media italiani». È ritenuto intollerante chi parla dell’«omosessualità come di una malattia dalla quale si può essere curati». A tal fine si provvederà per «rilevare e procedere ad una raccolta dati, con particolare riguardo al web (…) sul linguaggio omofobico». Quindi la ricerca di un monitoraggio continuo «sul linguaggio usato dai media» mediante le segnalazioni a un apposito call center di cui si cita il numero. Non solo, anche nelle scuole di giornalismo si dovrà pensare a percorsi formativi sulle tematiche Lgbt e promuovere un premio giornalistico in collaborazione con l’Ordine della professione in merito ad articoli su tali argomenti. Si auspicano poi campagne nazionali e linee guida nell’ambito della comunicazione.
Infine si cita la raccomandazione europea del 2010 per l’adozione di legislazioni e «identificare le fattispecie di reato» che includono qualsiasi «forma di espressione, in particolare nei mass media e su internet», non offensive di per sé ma ritenute in grado «di fomentare, propagandare o promuovere l’odio o altre forme di discriminazione nei confronti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali». Che cosa si intende per “linguaggio discriminatorio”, però, non si dice.

MANIFESTAZIONI E CASE. In fondo alla bozza c’è un paragrafo dedicato alle agevolazioni e ai finanziamenti pubblici da elargire alle associazioni Lgbt. Sulla libertà di manifestare di tali associazioni si chiede che non vi siano restrizioni legate alla salute o alla morale pubblica, come invece previsto dalla legge per ogni altro tipo di manifestanti. Elargendo così un privilegio più che una tutela. Saltando poi a piè pari l’ordinamento italiano fondato sul matrimonio, che dà diritti nel caso di assunzioni di responsabilità, si auspica l’equiparazione della coppia omosessuale a quella sposata.
E, nonostante in Italia non esistano norme sul matrimonio omosessuale, si arriva a parlarne come se la scelta fosse ormai obbligata: «Nelle decisioni in materia di responsabilità genitoriale, o di affidamento di un bambino, gli Stati membri dovrebbero accertarsi che tali decisioni siano prese senza discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere».
Di più, si auspica anche il cambiamento delle norme sulla fecondazione assistita che vietino quella eterologa. Fra le misure richieste l’esclusione dell’omosessualità «dalla classificazione delle malattie», dunque l’impossibilità a chiamarla tale.
Il capolavoro finale è la parte in cui si chiede la depenalizzazione della pedofilia: «Gli Stati membri dovrebbero assicurare l’abrogazione di qualsiasi legislazione ai sensi della quale sia considerato reato penale il rapporto sessuale tra adulti consenzienti dello stesso sesso, ivi comprese le disposizioni che stabiliscono una distinzione tra l’età del consenso per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso».