La mite pachistanizzazione dell’Italia a colpi di indignazione e “vergogna!”

Sulla strada di Islamabad ci siamo messi dal giorno in cui la giustizia trasformata in idolo è stata usata per condurre una lotta di potere

Ricordate il caso Orsi-Finmeccanica e l’imprenditore australiano che appreso come funziona la giustizia italiana scrive la cartolina da Milano Italy’s fucked up, “l’Italia è fottuta”? Ecco, adesso che qualche giudice rimette le cose a posto e, come nel caso dell’Aquila, ribalta una sentenza di condanna agli scienziati (per non aver previsto il terremoto), che ha fatto il giro del mondo e ha fatto ridere il mondo, i giornali col pelo sullo stomaco e il pelo lisciato all’opinione pubblica danno voce alla solita “indignazione” e grido di “vergogna!” che si leva tra la plebe. Non è la logica del “capro espiatorio”. È una comunità, la nostra, in cui è stata introdotta la coltivazione della stupidità, dell’ignoranza e, di conseguenza, dell’odio. È una società dove in assenza di qualsiasi educazione alla realtà, comandano le emozioni fomentate artatamente da chi possiede i mezzi di produzione e di comunicazione degli idoli.

Società simili sono quelle in cui il popolo è oppresso, tenuto al guinzaglio con l’ignoranza, l’informazione unilaterale, l’odio idolatrico, per sviarlo dalle vere realtà di ingiustizia, sfruttamento, alienazione, in cui è costretto a vivere sotto i regimi e le tirannie più disparate. Sono paesi come il Pakistan, dove per coprire i propri affari e sviare la popolazione dalle condizioni di miseria, sottosviluppo, mancanza di ogni istituto educativo e di libertà, le élite politiche e militari hanno inventato la cosiddetta “legge contro la blasfemia”. Così, da trent’anni, chiunque può impugnare questa legge, e per odio, o semplicemente per rubare il campo al proprio vicino, può lapidare il musulmano “non osservante” o incenerire nei forni il cristiano “blasfemo”. Il Pakistan è un paese di 200 milioni di abitanti che possiede la bomba atomica, ma non possiede l’acqua potabile, né servizi, né scuole libere.

Su questa strada, sebbene nella mite variante europea, l’Italia si è messa dal giorno in cui la giustizia trasformata in idolo è stata usata per condurre una lotta di potere in seno allo Stato. Coltivare l’“indignazione” in seno al popolo è servito a coprire questa lotta di potere e a reggere lo Stato con metodi da briganti. Il risultato dell’impostura è la regressione generale, la perdita secca di pace e benessere, il malanimo dominante. Il Pakistan alla sua legge sulla “blasfemia”, noi avremo quella sulla “omofobia”.

Perciò non ci stupisce apprendere – solo per fare un esempio – che le banche tedesche stanno completando un programma di disinvestimento dall’Italia o che nei salotti buoni ci si racconta che è l’ora di portare i soldi fuori dall’Italia. E dire che per riprendere basterebbe educare a un minimo senso di lealtà. È il caso, per esempio, dell’ex ministro di colore Kyenge. Che nel varietà di sarcasmo e di bieca ilarità che ha fatto da corolla ai teppisti che hanno aggredito il leader della Lega, ha offerto «solidarietà a Salvini. Contro ogni violenza e contro ogni azione politica, di cui alcuni sono maestri, volta a fomentare e lucrare sull’odio».