La misericordia salva perfino le lacrime di un prete molestatore

Guai a chi fa del male agli inermi, tanto più se si era accostato a loro come un angelo. Eppure io oso dire che le parole che don Alberto Barin diceva quando era vestito da angelo, persino i gesti sacramentali, erano veri

Tempi.it vi ha già parlato della vicenda di don Alberto Barin, cappellano del penitenziario di San Vittore, arrestato con l’accusa di aver chiesto e ottenuto favori sessuali da sei detenuti stranieri tra il 2008 e lo scorso ottobre, in cambio di piccoli beni di necessità (leggi qui l’intervista ad Antonio Simone). Di seguito anticipiamo l’articolo di Renato Farina che uscirà sul prossimo numero del settimanale Tempi in edicola da giovedì 29 novembre.

Questo articolo si occupa di carcere, come spesso accade da queste parti. Ma la storia è nuova e amarissima, e mi riguarda, eccome. È stato arrestato il cappellano di San Vittore, don Alberto, e le accuse sono tremende. Avrebbe abusato sessualmente di alcuni ragazzi africani detenuti, e i particolari dei doni, dei modi, qui non interessano. Pare che tutto sia provato da filmati. Le persone che hanno lavorato con questo prete sono sgomente, anche i detenuti da lui assistiti in cella, e a cui ho chiesto di lui, sono interdetti.

Boris mi chiede: “Ma tu lo conosci? E non ti eri accorto di nulla?”. E di che cosa mi sarei dovuto accorgere? Di uno sguardo torbido? Di un tic odioso o sospetto? Se bastasse una sensazione, a me e a Boris ci impiccherebbero subito. Mi ricordo bene di don Alberto: era contento delle mie visite ai detenuti, e un pomeriggio, mentre uscivo dal sesto raggio, mi aveva fermato e invitato a partecipare alla Messa della domenica mattina. E poi lo rivedo alla vigilia di Natale, circondato dai reclusi-fratelli, inchinato per la benedizione del cardinale. Punto.

Dopo di che il gioco dei giornali – che ci fa sentire tutti quanti migliori di don Alberto – è semplice. Trascrivere frasi dei suoi discorsi, pieni di comprensione e di affetto per i prigionieri e di amore a Cristo Gesù. Dopo di che non c’è bisogno di trovare definizione ai sentimenti suscitati in chiunque verso di lui: ipocrita, spergiuro, Giuda, mostro, eccetera. Boris Godunov mi vede perplesso e mi chiede di non nascondermi dietro la maschera di pietra dello scandalizzato e di giudicare. Scusate se lo faccio per frasette probabilmente idiote.

I ragazzi abusati. Il primo sguardo è per loro. Guai a chiunque faccia del male a chi è in condizione di inermità. Tanto più se chi usa violenza si era accostato a loro ed essi avevano pensato fosse un angelo salvatore. Eppure io oso dire questo: le parole che don Alberto diceva quando era vestito da angelo, quelle parole, e persino i gesti sacramentali, erano veri. Sono la sola speranza. L’amore è più forte persino mentre lo usi per lo scopo contrario. Allora? Fatta salva la presunzione di non colpevolezza, che vale in ogni caso, oso comunque dire: don Alberto non è definito dal male che ha fatto. Nessun uomo è definito dal male fatto. Nemmeno il presunto omicida poi abusato dal prete. Noi siamo cattivi, ma non siamo definiti dalla nostra cattiveria. La giustizia deve giudicare e punire con severità, ma questo non impedisce in alcun caso che la misericordia bagni con le sue lacrime le lacrime del criminale, prete o non prete, sia fresco o sia antico il delitto. Ora don Alberto è un carcerato, e vale per lui, come prima valeva per coloro che ha offeso, il precetto a noi indirizzato dal Vangelo: “Visitare i carcerati”, sesta opera di misericordia corporale.

Ps. Osservazione in margine. I detenuti africani avrebbero accettato gli abusi in cambio di dentifricio, shampoo, un pacchetto di sigarette. Riflettiamo. Questa è la normale condizione di un recluso africano in Italia. Miseria assoluta. Ha ragione il ministro della Giustizia Severino a dire: «L’episodio, se provato, sarebbe di inaudita gravità. La magistratura sappia trovare le prove e giudicare in maniera severa, decisa, puntuale e possibilmente celere». Sia celere, puntuale, severa nel contempo la maniera con cui ripristinare condizioni di vivibilità per i carcerati, così che non siano più esposti a infimi ricatti. Rispetta la Costituzione e il precetto dell’umanità della pena un carcere dove i detenuti non hanno il sapone e il minimo per l’igiene personale?