La Lombardia ha un segreto per abbattere la disoccupazione giovanile

Si chiama alternanza scuola-lavoro, e con il tirocinio e l’apprendistato rappresenta il modo migliore fare incontrare domanda e offerta di manodopera. Intervista all’assessore regionale Valentina Aprea

Incrementare progressivamente il ricorso ai tirocini, all’apprendistato e più in generale a ogni possibilità di fare un’esperienza lavorativa già durante il percorso di studio oppure nei primi mesi immediatamente successivi alla laurea o al diploma. Al fine di ridurre il “mismatch” tra domanda e offerta nel mercato del lavoro italiano e venendo così incontro a tutte quelle aziende che ancora faticano a trovare i profili richiesti. Un po’ come già avviene, sia pure inizialmente, in Lombardia. È questa la strada che devono percorrere, coordinandosi tra loro, i ministeri del Lavoro e dell’Istruzione se davvero vogliono aiutare i giovani italiani a trovare un impiego. Perché la crisi economica non è l’unica responsabile della disoccupazione giovanile in Italia; il 40 per cento della disoccupazione tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni, infatti, secondo McKinsey, ha una natura strutturale e affonda le sue radici nello scarso dialogo tra sistema educativo e sistema economico.
A illustrare l’originalità del modello lombardo ai ministri Enrico Giovannini e Maria Chiara Carrozza è stata Valentina Aprea, assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro di Regione Lombardia, intervenendo mercoledì 28 gennaio a Milano alla tavola rotonda dal titolo: “Dalla scuola al lavoro: esempi virtuosi e ostacoli da rimuovere”, inserita nell’ambito della presentazione del progetto “E2E-Education to Employment”, organizzato da McKinsey and Company.

IMPARARE A LAVORARE. «I tempi della formazione scolastica sono troppo lunghi in Italia – spiega Aprea a tempi.it – e la prima cosa da fare è ridurre la durata del percorso scolastico da 13 a 12 anni, in modo che l’età in cui si termina sia effettivamente quella dei 18 anni». Secondo l’assessore, però, è altrettanto importante «garantire lo sviluppo e l’acquisizione di competenze lavorative già durante il percorso scolastico; in particolare dopo il compimento del diciottesimo anno di età. E per farlo bisogna puntare sull’alternanza scuola-lavoro, sui tirocini e l’apprendistato, ma è qualcosa da tenere in considerazione anche durante l’università, se si decide di iscriversi». Da questo punto di vista «la ricchezza del modello lombardo – continua Aprea – ha ricevuto gli apprezzamenti non solo dei ministri Giovannini e Carrozza, ma anche degli addetti al settore di McKinsey, Confindustria e Assolombarda», presenti all’incontro.

IN LOMBARDIA VA MEGLIO. Un modello – l’integrazione “alla lombarda” tra mondo della scuola e mercato del lavoro – che è «impostato sulle reti orizzontali e le filiere verticali», spiega Aprea. Le filiere verticali sono quelle degli Itc, gli istituti tecnici, e i percorsi di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (Ifts). Mentre per reti orizzontali si intende la cooperazione tra i diversi servizi di placement offerti dalle scuole, poli tecnici e professionali del territorio ed agenzie per il lavoro volta a semplificare, secondo una logica di sussidiaria, l’ingresso, o almeno il primo contatto, con il sistema produttivo da parte degli studenti. In una parola, sintetizza Aprea, la possibilità di «studiare in azione e trovare lavoro a scuola. Perché, se nel secolo scorso ci siamo battuti per garantire il diritto allo studio dei nostri figli, ora dobbiamo farlo per garantire loro il diritto al lavoro».