La lezione di stile dei bersaglieri di Ostuni ai giovani che sparano solo con la Playstation

Risuona lo squillo della fanfara, perché c’è qualcosa che contamina in quel vedere i bersaglieri tutti insieme: è la fierezza

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Ho visto marciare i bersaglieri. Vanno a passo di carica, meglio: corrono. Sulle note della fanfara schizzano lasciando danzare il fez oltre le schiere. E così le piume, bellissime, che sono delle note di spavalda giovinezza ancor più quando a indossare i berretti sono dei vecchi cui non manca mai la passione, il senso di cameratismo, l’identità, anzi, l’identificazione totale con lo spirito di corpo. Quel corpo di solida corporeità che non conosce altro che lo spirito, va da sé.

Ho visto i bersaglieri a Ostuni, la prima domenica di ottobre, arrivati per il loro raduno del Centro-Sud. Ce n’era uno – alto, magro, coi suoi capelli innevati di novantenne – che già nel sedersi, dopo ore e ore di sfilata, impartiva una lezione di stile alle generazioni dei millennial il cui unico riferimento di militia è la playstation.

C’erano anche quelli di stanza all’estero, nelle cosiddette “missioni di pace”. Anzi, no, loro non c’erano. Marciavano per loro – meglio, correvano – le loro fidanzate, le loro mogli, le loro madri perfino, perché il bersagliere, nella sua essenza, è pur sempre un Ignazio Pisciotta, l’eroe della Prima Guerra Mondiale: «Tutti eroi! O il Piave, o tutti accoppati». Era una festa di popolo quella domenica di Ostuni. Anche adesso, sui tasti del computer, risuona lo squillo della fanfara, perché c’è qualcosa che contamina in quel vedere i bersaglieri tutti insieme: è la fierezza, ovviamente è la storia, quindi c’è un inaudito – la fedeltà – che agli italiani sveglia il mistero remoto dell’eroismo.

Tutti hanno tradito in Italia, i bersaglieri mai. Si sono arresi in tanti, nei giorni bui della patria, non i bersaglieri che si tengono pronti sempre nell’allerta della chiamata. Mio zio Serafino Erbicella, bersagliere, pur costretto alla poltrona di vegliardo, guatava il tavolo del tinello sperando diventasse un campo di Marte dove poter consumare la sua ultima fanfara.

E niente può contro i bersaglieri, la sabbia di El Alamein è un sacrario a cielo aperto nel ricordo del loro sacrificio. Erwin Rommel, la Volpe del Deserto, l’ha scolpito nel marmo: «Il soldato tedesco ha stupito il mondo, il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco».

Foto Ansa

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