La Grecia torna al voto e «c’è il pericolo reale di crollo»

A giugno i greci dovranno votare un nuovo governo mentre in Europa non si parla che degli effetti collaterali dell’uscita della Grecia dall’Euro.

“A nulla è servito l’estremo, drammatico appello del presidente greco, Karolos Papoulias: «C’è il pericolo reale di un crollo. Ve lo dico perché il premier Papademos, il governatore della Banca di Grecia e il ministro delle Finanze mi hanno sottoposto un documento. Dice che, se continua l’attuale situazione di ingovernabilità, i conti bancari continueranno a svuotarsi e c’è il pericolo reale di un crollo». Ma anche l’ultimo tentativo di creare un governo tecnocratico stile Monti è caduto nel vuoto. In base alla Costituzione, si impone un nuovo ricorso alle urne a giugno: i mercati hanno reagito male, il Fmi dice di essere pronto a tutto, a Bruxelles si parla soltanto delle conseguenze sull’Europa del ritorno della dracma ad Atene. Prima della riunione era stata resa pubblica una nota di Panos Kammenos, leader del piccolo partito di centrodestra Greci indipendenti, fuoriusciti da Nuova democrazia. Era l’assicurazione di Kammenos che, in caso di pericolo per la sicurezza del paese, i Greci indipendenti erano disposti a sostenere un governo di coalizione. Tutto inutile” (Foglio, p. 1).

“Il negoziato s’è spezzato a causa delle misure previste dal cosiddetto ‘Memorandum 2’, firmato a ottobre: nuovi sanguinosi tagli per 11,5 miliardi, l’avvio di un programma di 150 mila licenziamenti nel settore pubblico, svendita delle imprese pubbliche per complessivi 50 miliardi, concessione di beni pubblici, come le coste protette di Rodi, per «valorizzazione turistica». Non solo: entro giugno si dovrebbe riformare la Costituzione per fare in modo che, se e quando lo stato greco comincerà ad avere un surplus primario, sia usato all’estinzione del debito. Sono condizioni in piena continuità con la strategia che ha portato la Grecia alle soglie dell’emergenza umanitaria: nessun politico greco può dire di volerle rispettare senza rischiare il linciaggio. All’indomani delle elezioni di due domeniche fa, dopo lo schiaffo al vecchio bipartitismo, non c’era leader che non si stracciasse le vesti giurando sulla necessità di «rinegoziare» (Samaras), «riesaminare» (Venizelos) «sganciarsi» (Kouvelis) dal memorandum, approfittando del «nuovo vento che soffia in Europa», a partire da Parigi” (Foglio, p. 1).

“Tanta convergenza d’intenti però non è riuscita a concretizzarsi nell’unica maggioranza possibile: un’alleanza tra Nuova democrazia (108 seggi su 300), Pasok (41) e il piccolo partito della Sinistra democratica di Fotis Kouvelis (19). La condizione posta da tutti era che anche la Sinistra radicale di Syriza, il vero vincitore delle elezioni, partecipasse alla coalizione. Il perché è evidente: disarmare l’opposizione. Che nelle nuove elezioni anticipate rischia di diventare primo partito. (…) Con le elezioni di giugno la vecchia classe politica greca si gioca di nuovo tutto, soprattutto la permanenza nella zona Euro o il ritorno drammatico alla dracma. E’ evidente che, se la via dello scontro con la troika è parecchio rischiosa, continuare con la politica di piccolo cabotaggio è suicidio sicuro. Accusano Tsipras di bluffare sulla reale volontà dell’Europa di rivedere la propria politica verso la Grecia, ma sono gli stessi greci, stremati da questi anni di imposizioni, ad aver lucidamente capito che l’espulsione della Grecia dall’Eurozona sarà una tragedia per il loro paese, ma molto probabilmente sarà anche un duro colpo per il progetto europeo” (Foglio, p. 4).