La gentilezza come oppio delle anime belle

Di Caterina Giojelli
24 Novembre 2025
Da “ama il tuo prossimo” a “sii gentile”: il nuovo comandamento della bolla. Ma tra le ferocie quotidiane servono uomini capaci di carità e verità (senza moine)
Cartello di legno bianco e sbiadito appeso a un palo scuro. Il cartello reca la scritta in stampatello nero
(Foto di Adam Nemeroff su Unsplash)

Siamo circondati: Giornata Mondiale della Gentilezza (13 novembre), Settimana della Gentilezza, corsi di formazione, eventi, convegni sulla gentilezza dalla scuola al lavoro. E l’immancabile trend “mondo sii gentile”, usato sui social come cappello a video emotivi e sponsorizzati.

È il nuovo catechismo laico. In un’epoca meno raffinata della nostra, il comandamento suonava: «Ama il prossimo tuo come te stesso», pure quello che ti aveva fregato la moglie, il posto di lavoro e il motorino. Arduo, scandaloso, richiedeva una specie di miracolo quotidiano. Oggi che i tempi sono più civili è stato aggiornato a «Sii gentile»: fa molto meno Gesù e più Hallo Kitty, si stampa bene sulle magliette.

Gentilezza, gentilezza ovunque

E così eccoci sommersi da un’ondata di gentilezza organizzata, come se la carità cristiana fosse stata mandata in pensione e sostituita da un ente morale con partita Iva. Esiste la Giornata e la Settimana della Gentilezza, ma anche il Festival della Gentilezza del Corriere. Con i gentilissimi Severgnini, Calabresi, Berruti, D’Avenia, Gherardo Colombo, Luciano Fontana, Lina Sotis e Walter Veltroni eccetera, c’è perfino la “meditazione gentile” di Lama Paljin Tulku Rinpoce. Da Milano a Genova largo a corsi aziendali su “Gentilezza nei sistemi sanitari”, “Gentilezza al lavoro”. Nel torinese si inaugurano parchi e panchine viola della Gentilezza, a Caivano si piantano ulivi della pace, presto avremo un’“agorà della gentilezza” anche a San Basilio, Roma.

Nel frattempo Cristian Brocchi vince il premio “Costruiamo Gentilezza nello sport” e il comune di Chieti annuncia la “delega alla gentilezza”. Sì, esiste la rete dei costruttori di gentilezza con i registri di assessori, allenatori, insegnanti, imprenditori della Gentilezza, l’alfabeto della gentilezza per un mondo gentile, «Grazie alle persone che partecipano al progetto – leggiamo sul portale – raggiungeremo insieme questo obiettivo entro il 21 Marzo 2036». Manca solo la statua di Cenerentola in piazza Duomo e poi il cerchio è chiuso.

Apoteosi! Arriva la gentilezza di Stato

Il culmine dell’apoteosi è il Kindness Act, proposta di legge italiana del Movimento italiano per la gentilezza elaborata in seguito all’Assemblea mondiale della gentilezza per inserire la gentilezza tra gli indicatori ufficiali del Benessere Equo e Sostenibile (Bes) dell’Istat. Due i testi collegati: uno per le scuole – affinché la gentilezza diventi “metodo educativo” anti-bullismo – e uno per il lavoro, per garantire ambienti “inclusivi e rispettosi”, “senza molestie”. Non manca la Carta dei Sei Valori della Gentilezza – rispetto, ascolto, solidarietà, equità, pazienza, generosità. Evidentemente Dio sbagliò quando ne comandò dieci sul Sinai, o forse erano finite le virtù civili, ma i giornali rilanciano al grido “Sono già moltissimi i Paesi che hanno normato il tema”.

Avremo dunque l’Istat che misura quanta gentilezza circola nel paese, come oggi misura l’inflazione o il debito pubblico. Immaginiamo già il bollettino: «Gentilezza +0,3% nel trimestre, grazie alla nuova panchina viola dei piemontesi; lieve flessione nel Napoletano dopo gli spari di Capodanno». Ma perché non ci abbiamo pensato prima, ad abolire bulli e molestatori per decreto e con la forza della gentilezza?

I promotori, gente seria, laureata, competente, spiegano che solo riconoscendo la gentilezza come «atto politico» potremo trasformare la società in uno spazio di rispetto reciproco. È una frase bellissima, da calendario di Snoopy. Peccato che tra un simposio gentile e l’altro nella molto progressivamente aggiornate città come Milano bande di giovanotti figli del loro tempi si esercitino nell’arte di accoltellare il prossimo, sfondare crani a sprangate, animando risse col machete, filmando il tutto per TikTok. Ma niente paura: abbiamo i festival e gli ulivi.

Peccato originale e bassifondi

Ora, qui siamo, e lo rivendichiamo, chestertoniani: uomini di taverna, non di tavolino, convinti, come zio G. K., che il problema dell’ubriachezza nei bassifondi non sia il bere, ma i bassifondi. Amiamo la gentilezza quale virtù deliziosa tanto quanto troviamo comica la pretesa di farne la nuova religione civile, il collirio universale che dovrebbe guarire il mondo dalla sua antica malattia: il peccato originale. È come spegnere un incendio con la pistola ad acqua e senza pompieri.

A sentire i simposi, la gentilezza che oggi si propongono di inoculare al popolo e nelle scuole come «metodo educativo» anti-bullismo è la stessa che cent’anni fa insegnava ai bambini a levarsi il cappello davanti alla dama mentre nella stiva gli schiavi crepavano incatenati: pura cortesia vittoriana. I ragazzi non cambiano, e hanno ragione: sanno che il mondo fatto degli adulti fatto di separazioni, assenza, abbandoni, solitudine, violenze non è un’immensa aula di mindfulness con sottofondo di flauto tibetano. Sanno che i lupi non si convertono con una panchina viola e un cartello «Be kind». E che mentre l’insegnante spiega dolcemente che «le parole sono pietre», nel parco accanto un coetaneo viene massacrato per un telefono e il video finisce su TikTok con cuoricini e risate.

Dalla carità alle virtù da sala d’aspetto

Nessuno, intendiamoci, propone di allevare piccoli Apache. Ma trasformare la gentilezza in istituzione, in legge cosmica, addirittura in «metodo educativo» è come insegnare l’importanza di dire “per favore” o “grazie” prima di sbranare o essere sbranato. L’educazione è lotta brutale, temeraria, categorica, una responsabilità ancestrale, è «essere così sicuri che qualcosa è vero da avere il coraggio di dirlo a un bambino». Invece noi abbiamo preso il comandamento più scandaloso della storia – «Amatevi gli uni gli altri» – e l’abbiamo dolcificato in «Siate gentili».

Tolto Cristo, il sangue, la carne e la Croce, della carità non è rimasta che una virtù da sala d’aspetto. Ancora Chesterton l’aveva previsto: «L’ideale cristiano non è stato provato e trovato mancante; è stato trovato difficile e lasciato inattuato». Solo che la carità ha rovesciato imperi, ha svuotato le arene, ha costruito ospedali e cattedrali. La gentilezza, al massimo, ha profumato l’aria mentre il tetto crollava.

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