La fine del Pdl esige un contrattacco di uomini e di cultura. Dal nord al sud

Tra sei mesi saremo ancora sotto il Commissario Monti. Se va bene. Oppure su una mongolfiera vagante nello spread di patrimoniali e Gdf. C’è bisogno che spiri vento nuovo

La fine del Pdl è un problema. Non solo per quella parte del Paese che fu democristiana e a cui toccò essere berlusconiana per non essere schiava. Ma per tutta l’Italia che non ha gli anelli di Repubblica al naso e che nei poli delle libertà aveva sperato di rivedere, non diciamo un sole, ma almeno un’aurora di avvenire dopo il repulisti giudiziario. E invece, vent’anni dopo siamo ancora lì. E messi peggio di quando almeno eravamo una potenza (settima o ventitreesima fa niente, eravamo qualcosa nel mondo adesso siamo una virgola nell’Unione Europea).

Tra sei mesi saremo ancora sotto il Commissario Monti (se va bene). O su una mongolfiera vagante nello spread di una “ricostruzione” tutta patrimoniali e guardie di finanza, registri di coppie di fatto e adozioni gay. È un fatto che le famose “masse popolari” non sanno più a che santo votarsi. Votino Grillo o Mangiafuoco, fa lo stesso. Le danze le condurranno i banchieri, Berlino, i soliti dell’anello al naso. Naturalmente regioni come il Lazio resteranno in pieno autunno arabo (degne eredi dei Marrazzo, la differenza con le Polverini è che prima i pm erano in vacanza).

Mentre la pur declinante Lombardia resterà una Svezia con il Re azzoppato. Perciò si pone il problema non soltanto di un’eredità, ma di una cornice di libera iniziativa (culturale, produttiva, sanitaria) che nonostante il “sacco del Nord” (Ricolfi), il maglio delle procure, lo sfascismo mediatico, contrattacchi il disfacimento di un’educazione, l’imbarbarimento antropologico, il vuoto di visioni e di uomini. Chi regna al Nord ha il compito di aiutarsi e aiutare il resto d’Italia a riprendere in mano una politica degna di questo nome. Questo giornale ci sarà, lo promettiamo.