«La droga entra in un vuoto di senso. A noi educatori il compito di fare una proposta»

“Tutti nella società devono sentirsi responsabili del problema, cominciando col dire che tutte le droghe fanno male, e questo purtroppo oggi non avviene”. L’opera di Federico Samaden, ex tossicodipendente, oggi preside di un istituto alberghiero

Avvocati, magistrati già membri di governo, ex capi dipartimento delle politiche antidroga presso la Presidenza del Consiglio, insegnanti e dirigenti scolastici: avendo scelto relatori di qualificato profilo il convegno “Vs Droga – Contro lo sballo occorre una proposta educativa” del 5 ottobre scorso a Milano ha offerto interventi di qualità su un dramma che ovviamente non riguarda solo la scuola, ma che ha assolutamente a che fare con l’educazione. Al microfono si sono alternati Giovanni Serpelloni, che oltre ad aver capeggiato il dipartimento antidroga della Presidenza del Consiglio è medico consulente per la neuroscienza delle dipendenze, l’avvocato Roberto Respinti, Alfredo Mantovano che oltre ad essere un magistrato e vicepresidente del Centro Studi Livatino è stato sottosegretario agli Interni in due governi, e insegnanti, presidi e rettori come Francesco Fadigati della scuola La Traccia di Bergamo e Sara Corna.

Il conferenziere che ha esercitato il maggiore ascendente sui numerosi insegnanti che affollavano la Sala Biagi della Regione Lombardia dove si svolgeva l’evento è stato senz’altro Federico Samaden, dirigente scolastico dell’Istituto Alberghiero Trentino Rovereto e Levico Terme. Samaden spiccava fra i relatori invitati all’iniziativa promossa da dodici realtà del mondo dell’educazione e della società civile per un motivo biografico: era l’unico oratore ad essere passato attraverso una lunga esperienza di dipendenza dalla droga e una rinascita che lo ha trasformato in un educatore; una storia raccontata nel libro Fotogrammi stupefacenti – Storia di una rivincita. Fra i 16 e i 28 anni Federico ha fatto uso di varie droghe fino a quando per l’interessamento di suo padre incontra Vincenzo Muccioli. L’incontro è «un’esperienza folgorante perché mi ha trasmesso una sensazione nuova, la possibilità di farcela». Siamo nel 1985. Dopo pochi mesi Samaden si trasferisce a San Patrignano, e lì trascorrerà i quattro anni più importanti della sua vita, quelli che gli permetteranno di ricostruirsi come persona e come adulto. Dopodiché si trasferisce a Trento dove apre una comunità satellite di San Patrignano che dirige per vent’anni; quindi la chiamata della amministrazione della Provincia di Trento, che gli chiede di diventare il dirigente scolastico dell’Istituto Alberghiero Trentino.

Indispensabili per chi voglia trovare lavoro nel settore del turismo e dell’ospitalità, come la maggior parte degli istituti professionali anche gli alberghieri sono però visti un po’ come la serie C del mondo scolastico. E chi li frequenta si ritrova appiccicato un certo stigma. Samaden ha raccontato una storia che dovrebbe far ricredere molti. È già dicembre inoltrato, e il dirigente scolastico mette a parte i docenti dell’idea che gli è venuta: trascorrere la sera della vigilia di Natale a scuola offrendo una cena e tanta compagnia a poveri ed emarginati. Gli insegnanti lo guardano straniti: gli fanno presente che la scuola chiude il giorno 22 e che dopo quella data tutti tornano alle proprie case a farsi i fatti propri. Lui non si arrende e si rivolge direttamente agli studenti: va nelle classi ed espone la sua proposta. Alla fine aderiscono una cinquantina di ragazzi e ragazze sui quasi 800 iscritti delle due sedi (Levico Terme e Rovereto). La serata si fa ed è un successo, 80 ospiti filtrati dalla Caritas si godono il Natale che non vivevano da anni. Ma l’effetto più sorprendente e duraturo è quello prodotto nei cuori degli studenti: «Alla fine mi hanno detto: non basta fare una cosa come questa una volta all’anno, vogliamo assumerci un impegno stabile».

Sono nati così due progetti di utilità sociale della scuola: il servizio nelle case di riposo di Rovereto e Levico Terme, dove ogni martedì i ragazzi si recano in divisa dell’alberghiero e servono a tavola gli ospiti delle strutture; ed è nato così il ristorante-mensa dei poveri dove una volta al mese è offerto un pranzo gratuito a soggetti selezionati dalla Caritas. La cena della vigilia di Natale è arrivata al suo terzo anno, e 250 degli 800 studenti dell’istituto alberghiero partecipano stabilmente alle iniziative del servizio presso le case di riposo e del ristorante gratuito per i poveri un sabato al mese. «Questo è quello che succede quando decidiamo di rompere le gabbie mentali e burocratiche nella scuola», commenta Samaden. «Io sapevo che molti dei nostri studenti non davano un valore al Natale. Ho proposto loro una cosa che non era una festa, ma una serata dedicata alle persone sole e bisognose. Ho offerto un senso, che è ciò di cui i ragazzi hanno bisogno. E infatti molti hanno subito aderito, compresi alcuni normalmente considerati “problematici” o “persi”. Hanno toccato con mano che a curare la vita è la vita. Altrimenti si crea un vuoto di senso, ed è lì che entra la droga».

I costi della serata della vigilia di Natale sono coperti dagli sponsor della scuola, e ogni invitato riceve anche un piccolo regalo accompagnato da una lettera di auguri personalizzata: i ragazzi raccolgono i nomi dei partecipanti al loro ingresso in sala, e preparano in tempo reale i biglietti che verranno poi consegnati insieme a una tazza o a un altro dono. «Un regalo è tale se è personalizzato, se ti accorgi che è stato pensato e fatto per te. Questa personalizzazione dei rapporti si vede molto nel servizio nelle case di riposo, dove nascono rapporti meravigliosi e imprevisti fra gli anziani e i nostri studenti in servizio».

Quanto raccontato e detto sin qui basta e avanza per capire che tipo di proposta educativa rappresenti anche un argine alla diffusione delle droghe fra i più giovani. Ma Samaden ci tiene molto ad allargare il tiro e a togliersi qualche sassolino dalle scarpe: «Bisogna smettere di pensare che la prevenzione della tossicodipendenza sia una faccenda che riguarda gli esperti, affidata ai Sert e a persone provenienti dalle comunità di recupero invitate di volta in volta nelle scuole. Tutti nella società devono sentirsi responsabili del problema, cominciando col dire che tutte le droghe fanno male, e questo purtroppo oggi non avviene. Tutti noi siamo responsabili non solo per i nostri figli, ma per i figli di tutti. Da qui nasce l’intuizione del territorio educante: se vogliamo territori senza droga, bisogna che tutti i soggetti del territorio, cioè i territori nella loro realtà identitaria, si assumano la responsabilità della cosa fino ad arrivare a una progettualità che tiene alta la capacità di ascoltare il bisogno dei ragazzi e di offrire loro prospettive di senso. Dobbiamo muoverci a livello di microcosmo, che è il livello dove si possono realisticamente controllare i processi e verificare l’efficacia delle azioni che mettiamo in campo».

Quando gli si chiede com’è cambiato il rapporto dei giovani con le sostanze che danno dipendenza rispetto ai tempi in cui ad accostarsi alle droghe era lui, Samaden risponde convinto: «Ai nostri tempi il ricorso alla droga da parte dei giovani interpretava un fenomeno di provocazione, di rottura con l’ordine sociale. Oggi riflette un appiattimento, un’omologazione, la fine di ogni velleità rivoluzionaria. Trent’anni fa la tossicodipendenza esplodeva in un contesto sociale che aveva ancora una tenuta educativa, pur con tutte le sue contraddizioni. Adesso avviene in un deserto educativo, questo fa sì che i fenomeni si amplificano e si complicano, diventa più difficile stabilire come affrontarli. La condizione è molto diversa, ma la questione è sempre la stessa: il senso dell’esistenza. Permettere ai ragazzi di rendersi socialmente utili, come abbiamo fatto all’alberghiero, è un modo per permettergli di scoprire il senso dell’esistenza. Questo ha benefici anche sul piano scolastico: migliora il loro apprendimento, cambia il loro modo di stare a scuola e l’idea che hanno del loro rapporto con la scuola».

Foto Ansa