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La casa politica dei cattolici si costruisce dalle fondamenta

marzo 24, 2018 Massimo Gandolfini

Dobbiamo avere il coraggio della “profezia”. E chiediamo ai Pastori di servire fino in fondo il loro ministero, indicandoci “che cosa” dobbiamo servire, piuttosto che il “come” muoverci

“Qual è la casa politica dei cattolici?” è la domanda che abbiamo posto, qualche giorno fa sul sito di Tempi. Esiste un pericolo che si chiama irrilevanza, come ha notato il cardinale Camillo Ruini e un risultato elettorale che ne pare la conferma. Pubblichiamo un intervento su questi temi di Massimo Gandolfini, portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli, promotore dei Family Day.

“Qual è la casa politica dei cattolici?. Prima di dare una risposta in merito, vorrei fare una breve premessa. Pio XII e in particolare il beato Paolo VI hanno descritto la politica come “alta forma di carità”, finalizzata al conseguimento del “bene comune”. Ed il bene comune è “l’insieme di quelle condizioni di vita sociale che consentono e facilitano agli esseri umani, alle famiglie e alle associazioni il conseguimento più pieno della loro perfezione” (Gaudium et Spes, 74).

Se questo è il contesto dentro il quale va letto l’impegno politico dei cattolici, viene subito da chiedersi dove erano non solo i parlamentari cattolici, ma anche e soprattutto gli elettori cattolici quando nel 1970 (divorzio) e nel 1978 (aborto) si inaugurò la stagione dello smantellamento di tutti i valori e princìpi che avevano garantito e realizzato la ripresa del popolo italiano dopo la notte del nazifascismo.

Karl Popper, uno dei “grandi sacerdoti” del razionalismo critico, affermava che le teorie scientifiche sono proposizioni universali, la cui verosimiglianza è controllabile a partire dalle conseguenze che essere provocano. Ancora una volta, pur assumendo categorie relativistiche, è il principio di realtà che fa la differenza tra verità e menzogna (oggi si dice “fake news”!). Perché questa citazione? Perché è storicamente innegabile che affermando, tutelando e promuovendo la famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio” si è realizzata la ricostruzione – materiale e morale – del nostro Paese, si è garantito uno “stato sociale” virtuoso in un momento in cui scarseggiava tutto, ma proprio tutto, ma la famiglia c’era e se ne faceva carico, la “cultura dello scarto” concretizzata dalle leggi razziali veniva annullata dalle nascenti culture della solidarietà e sussidiarietà.

All’opposto, diamo un rapido sguardo all’oggi, stagione delle “famiglie polimorfe”: disarticolazione sociale, conflittualità e violenza dilagante dentro gli stessi rapporti affettivi (femminicidi, omicidi, suicidi), anomie parentali con perdita di sicuri riferimenti, dato che mamma e papà non esistono più. Di chi è figlio quel bimbo che fra alchimie tecnologiche e giuridiche ha quattro o cinque genitori? Chi  “è”, qual è l’essenza dell’adolescente che viene educato alla libera scelta di un’identità artificialmente costruita, sul sesso fluido? Perché mai si dovrebbe rispettare la vita di ogni uomo (e torniamo alla “cultura dello scarto”!) e farsi a lui solidale, quando da 40 anni sosteniamo e promuoviamo l’omicidio in utero? Ben prima di Popper, con il suo principio di verosimiglianza controllabile, ci fu Chi aveva ricordato che alberi cattivi non possono dare frutti buoni. E dai frutti si riconoscono gli alberi, buoni o cattivi.

Tornando alla domanda di partenza, esiste una “casa politica” dei cattolici? La mia risposta è sì. La casa comune è l’adesione, senza se e senza ma, alle fondamenta antropologiche che stanno alla base della “cultura” cristiana, dalla Sacra Scrittura alla Dottrina Sociale della Chiesa. Credo che dobbiamo avere la lucidità di distinguere fra “che cosa” e “come”: un conto è che cosa affermare e promuovere, altro conto è come farlo. La crisi di appartenenza che oggi il mondo cattolico sta vivendo è (a mio avviso) legato proprio a questa confusione di fondo: il “come” ha oscurato il “che cosa”. Anzi, è divenuto talmente importante, che non si ha più chiaro che cosa sia da difendere e da promuovere.

Vorrei fare qualche esempio pratico. Da tempo quasi immemorabile, si auspicano politiche che aiutino a contrastare la nefasta piaga della denatalità. Cioè, “come” incentivare la ripresa demografica. Azione nobile e virtuosa. Ma il “che cosa” – lo strumento – per attuarla si chiama “famiglia”, unione complementare uomo-donna, dignità della maternità, utero femminile come santuario della vita, gravidanza e filiazione come grandi valori che realizzano ed esaltano la femminilità molto più che diventare “quota rosa” nella società. Manager d’impresa o giornalista Rai lo può diventare chiunque; un bimbo lo può fare solo una Donna, l’incommensurabile valore di una nuova vita richiede una culla biologica che solo la Donna ha. Chi insegna, oggi, nelle scuole questa “dignità”, unica ed assoluta, che appartiene esclusivamente al sesso femminile? Si parla di “stereotipi” da eliminare, con il risultato che con essi si sta eliminando anche la vita.

Dunque, dobbiamo ritornare alle radici, assumerci il coraggio della “profezia”, ben sapendo che assai pochi profeti sono morti nel loro letto. Questo compito ci siamo assunti con i Family Day e siamo convinti che, messe le fondamenta, si può costruire la “casa”, anche in termini di soggetto politico. Dalle fondamenta al tetto: si può fare. Che non si può fare è il contrario: il tetto non può stare su da solo.

Dalla società civile, dalle nostre famiglie, dai nostri giovani che ancora sentono il profumo di una vita spesa per il Bene e la Verità sta già nascendo una nuova classe dirigente, anche politica, che però chiede a noi “costanza, impegno, intelligenza e onestà”, come ci ha ricordato papa Francesco. E noi, a nostra volta, chiediamo ai Pastori che abbiano il coraggio di servire fino in fondo il loro ministero, indicandoci “che cosa” dobbiamo servire, piuttosto che il “come” muoverci. La modalità non è secondaria, ma non può sostituire la sostanza. Vorrei chiarire questo concetto. Oggi è diventata “cult” l’espressione “costruire ponti”: è il “come” agire. E sta bene. Ma il “che cosa” è che tipo di ponti costruire, la sostanza di cui deve essere fatto il ponte. Dunque, i mattoni imprescindibili dell’antropologia cristiana: vita, famiglia, educazione. Nei grandi come nei piccoli gesti della vita quotidiana.

Vorrei concludere con un piccolo (all’apparenza, banale) fatto. In una città italiana alcuni genitori avevano organizzato una piccola processione con i loro bimbi vestiti da angioletti (una trentina) che il primo novembre voleva ricordare Ognissanti, ormai sepolta da Halloween. Doveva concludersi nella chiesa del Duomo, con una preghierina a Gesù e Maria. Ma le porte del Duomo vennero chiuse, per evitare attriti. Il “come” cancella il “che cosa”.

Dunque, basta piangersi addosso. C’è lavoro per tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Dobbiamo temere solo quando la profezia muore.

Foto Ansa

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