L’ideologia del gender arriverà nelle classi italiane e il ministero sta a guardare. «È inaccettabile»

Così i movimenti Lgbt tornano all’attacco delle scuole italiane con il loro cocktail educativo sul sesso senza differenze. Il ministero non alza un dito, ma alcune associazioni non ci stanno


S
i tratti di discriminazioni o di sessualità, l’agenda politica delle associazioni Lgbt pare destinata ad assurgere al rango di materia scolastica. Anche in Italia il cocktail educativo a base di “orientamenti sessuali” e “studi di genere” esce dalla nicchia e diventa prodotto sempre più diffuso nelle scuole, somministrato a infanti e adolescenti con un’altra etichetta e, spesso, all’insaputa delle famiglie. La novità degli ultimi mesi è che la pedagogia Lgbt, finora lasciata in balia delle scelte dei singoli istituti e dell’Unar, ufficio antidiscriminazioni razziali, sta ottenendo perfino la benedizione del ministero dell’Istruzione.

L’ultimo caso a far discutere è stato un corso di formazione, organizzato settimana scorsa, «per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere», destinato agli alti dirigenti scolastici e promosso dallo stesso ministero dell’Istruzione insieme all’Unar. Nel convegno di due giorni si è parlato di bullismo, stereotipi, popolazione omosessuale in Italia, e di «buone pratiche» delle associazioni Lgbt nelle scuole italiane. Il seminario ha suscitato le proteste del mondo cattolico, dei parlamentari di Nuovo centrodestra e del Forum delle associazioni familiari, che in un comunicato ha denunciato come nel convegno «sono stati coinvolti i partner della Rete RE.A.DY, le associazioni del Gruppo nazionale di lavoro istituito dall’Unar e nessun’altro». Il Forum ha osservato che «nessun esponente dell’associazionismo di matrice non omosessuale è stato convocato, nessun rappresentante delle famiglie o delle associazioni accreditate presso il Miur ha potuto dare il suo contributo».

Anche il sottosegretario all’Istruzione, Gabriele Toccafondi, si è dissociato dall’iniziativa, ricordando che, al di là delle discriminazioni e della violenza, «sul tema dell’educazione alla sessualità il compito primario spetta alla famiglia, e non può essere nessun altro istituto educativo, neppure la scuola, a imporre una sua visione. Tutto ciò che viene sottoposto agli studenti deve essere deciso attraverso la collaborazione dei genitori. Stiamo difendendo questo diritto/dovere delle donne e degli uomini italiani senza nessuna difesa partigiana».

Il convegno cade a nemmeno un anno di distanza da quando il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, aveva promesso di includere nel tavolo di lavoro sulle iniziative anti discriminatorie le associazioni dei genitori. Questo la scorsa primavera, poco dopo il ritiro di alcuni opuscoli sulla tematica Lgbt prodotti da Unar e distribuiti a insaputa del Miur in alcune scuole. In seguito allo stop deciso dal ministero, Giannini aveva promesso di tenere informate sulla questione le associazioni dei genitori e di «agire in modo laico, non ideologico, rispettando tutte le sensibilità presenti, in un confronto il più ampio possibile, aprendo un tavolo con tutte le parti interessate, comprese le associazioni dei genitori e quelle degli studenti».

L’idea di «realizzare una larga condivisione su contenuti e strategie di comunicazione» riguardo a questi temi era stata ribadita dal ministro a maggio che comunque, in un comunicato stampa, aveva specificato che «il contrasto alle discriminazioni, di cui l’omofobia è uno degli aspetti non secondari, si fa anche e soprattutto a scuola. È fra i banchi – aveva dichiarato – che deve partire l’educazione all’alterità attraverso percorsi didattici e progetti condivisi da insegnanti, famiglie, studenti».

Altro che condivisione dei progetti
I progetti, però, non sembrano finora godere di una grande condivisione, e vengono proposti in sordina, fin da quando fu proposta la prima strategia nazionale sui temi Lgbt, nel febbraio del 2012, in seguito a circolare interna dell’allora ministro del Welfare, Elsa Fornero, che aveva aderito a un progetto del Consiglio d’Europa denominato “Combattere le discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere”. La strategia è stata affidata per decreto a 29 associazioni, tutte rigorosamente Lgbt.

La prassi di promuovere per via amministrativa, in silenzio, l’agenda Lgbt, pare anche un connotato del Miur. Ciò è stato confermato da una circolare di inizio novembre, dedicata alla “Settimana contro la violenza e la discriminazione” (in corso in questi giorni), nella quale il ministero dell’Istruzione, invitando le scuole a «promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione», sponsorizza «azioni mirate», in particolare, anche per la lotta alle discriminazioni «sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere». Il Miur sollecita gli istituti scolastici a proporre «opportuni e significativi percorsi di sensibilizzazione, di informazione, di prevenzione e di contrasto», con «adeguati percorsi formativi». In concreto, le scuole devono «mettere a tema, almeno per una settimana nel corso dell’anno scolastico, le iniziative, prevedendo anche percorsi formativi stabili».

La circolare ha spinto alla protesta le associazioni familiari cattoliche, secondo cui la discriminazione è solo un pretesto per portare nelle scuole il tema “gender”, tesi suffragata dalle linee guida prodotte dal Miur e dall’Unar per gli anni 2013-2014, contenute nell’opuscolo Tante diversità, uguali diritti, dalle quali emerge più attenzione alle tematiche sessuali che a quelle discriminatorie. Nel libretto si spiega, fra l’altro, che l’orientamento sessuale «definisce il gruppo di persone in cui è possibile trovare le relazioni romantiche soddisfacenti e appaganti», che «la scuola è il luogo della scoperta del proprio orientamento e della conseguente identità» e che «la consultazione delle associazioni Lgbt è determinante per agire nelle scuole».

La strategia per la “lotta alle discriminazioni” sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, per il biennio 2014-2015, è ancora più ambiziosa, ed è stata già oggetto di un’interpellanza parlamentare del Nuovo centrodestra. Per capire che, anche in questo caso, il tema della discriminazione è secondario, basta leggere i primi tre punti della strategia in materia di educazione scolastica. Stando alle linee guida, la formazione sui temi Lgbt, rivolta a studenti, insegnanti e personale scolastico (compresi i bidelli), dovrà riguardare, prima di tutto «lo sviluppo dell’identità sessuale nell’adolescente, l’educazione affettivo-sessuale» e la «conoscenza delle nuove realtà familiari».

Non solo si prevede l’accreditamento delle associazioni Lgbt presso il Miur, in qualità di «enti di formazione», ma «la valorizzazione dell’expertise delle associazioni Lgbt in merito alla formazione e sensibilizzazione dei docenti, degli studenti e delle famiglie. Si propone l’integrazione delle materie “antidiscriminatorie” nei curricula scolastici «con un particolare focus sui temi Lgbt», la «predisposizione della modulistica scolastica amministrativa e didattica in chiave di inclusione sociale, rispettosa delle nuove realtà familiari, costituite anche da genitori omosessuali», e infine l’«arricchimento delle offerte di formazione con la predisposizione di bibliografie sulle tematiche Lgbt e sulle nuove realtà familiari, di laboratori di lettura e di un glossario dei termini Lgbt che consenta un uso appropriato del linguaggio».

La protesta delle famiglie
Secondo gli interpellanti di Ncd «è intollerabile un indottrinamento degli alunni sin dalla scuola primaria alla teoria del gender, tramite un organismo come l’Unar che non garantisce le condizioni di imparzialità previste dalla legge, con pesanti giudizi negativi sulla religione cattolica, la famiglia e la società e inaccettabili offese contro questi istituti fondamentali nella storia e nella cultura del nostro paese». Per il Forum delle associazioni familiari è «inaccettabile che i genitori debbano avere paura che i loro figli siano indottrinati da un’ideologia nociva per il loro sviluppo senza che il ministro alzi un dito». Fra i gruppi che si battono contro l’introduzione del tema “gender” a scuola c’è anche l’associazione “Nonni 2.0”, che ha chiesto al ministro Giannini la «compresenza delle associazioni dei genitori nei processi educativi che verranno posti in essere dal ministero».

Una associazione di genitori, “Comitato articolo 26”, invece, dopo aver constatato che «l’azione torna a essere ministeriale», ha adottato una soluzione più drastica, consigliando ai genitori di sottoscrivere un modulo per il consenso informato da inviare ai presidi delle scuole dei propri figli. Citando l’articolo 30 della Costituzione e il 26 comma 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sul diritto-dovere di educazione, i genitori chiedono di ottenere dalla scuola «la notifica della programmazione di ogni lezione, progetto, attività didattica che si tiene dentro e fuori l’istituto, riguardante questioni fisiche e morali connesse con la sfera affettiva e sessuale», comprese quelle a tematiche Lgbt. Senza notifica o senza consenso, i figli dovrebbero poter essere esonerati dalle lezioni.