L’euroballa sull’Italia corrotta serve a nascondere il vero problema: lo statalismo

Il Corriere titola in prima pagina dando credito a una bufala. Però in un’intervista rivela che nemmeno i siriani si fidano di noi. Perché prendiamo bustarelle? No, perché abbiamo una burocrazia labirintica e una magistratura inaffidabile

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corriere-corruzioneVa dato atto al sito ilpost.it, e a Libero che rilancia la notizia, di aver smascherato l’euroballa sulla corruzione che oggi appare come titolo di apertura del Corriere della Sera (e ieri era la prima notizia sui siti dei maggiori quotidiani). “Corruzione, peso da 60 miliardi”, titola il quotidiano di via Solferino. E poi, sempre in prima pagina: «Rapporto della Commissione Europea: la corruzione in Italia vale 60 miliardi, la metà del totale della Ue. Penalizzate 4 aziende su 20».
Il lettore che abbia avuto l’accortezza di non fermarsi ai lanci di prima pagina, ma sia andato poi a leggere il testo degli articoli, scopre che è lo stesso Corriere a smentire un particolare non irrilevante di quanto afferma in prima pagina. Si legge, in una parentesi, a pagina 2: «Un portavoce di Bruxelles avverte che “si tratta di studi basati su parametri diversi e non comparabili tra di loro, quindi non è possibile concludere che l’impatto italiano equivale alla metà di quello europeo”». Quindi, a pagina 1, il Corriere scrive che «la corruzione in Italia vale 60 miliardi, la metà del totale della Ue». A pagina 2 scrive che è una balla. Ma non è l’unica.

L’EUROBALLA. Infatti, come ricostruito da Davide De Luca su ilpost.it, «i principali quotidiani online hanno scritto che la Commissione Europea ha stimato che in Italia la corruzione costa allo Stato 60 miliardi l’anno. Si tratta di una bufala che gira oramai da anni, smentita più volte, ma che, a quanto pare, è riuscita ad ingannare persino la Commissione Europea». Secondo De Luca, «la Commissione Europea in realtà non ha stimato proprio nulla. Come è possibile leggere a pagina quattro di questo documento secondo la Commissione è stata la Corte dei Conti italiana ad effettuare la stima. Eppure la Corte dei Conti non ha mai fatto nulla del genere, anzi: ha detto esattamente l’opposto». Ha cioè detto che «la stima di 60 miliardi come costo della corruzione è “invero esagerata”».
Riassumendo: la Corte dei conti dice che la cifra di 60 miliardi è inattendibile, la Commissione Europea capisce male e la prende come attendibile, il Corriere di oggi ci fa il titolo di prima pagina e ci aggiunge il solito articolo di Gian Antonio Stella che ci rifila la tiritera su “Italia paese di corrotti dove non funziona nulla”. Perfetto. E poi uno si chiede perché il personaggio di Tafazzi è nato in Italia e non in Svizzera.

IL VERO PROBLEMA. Ma va dato atto al Corriere di avere, invece, messo nero su bianco, sempre oggi, qual è il reale problema della corruzione in Italia. E cioè: lo Stato. Ovviamente il quotidiano di via Solferino non lo dice così esplicitamente. Anzi, titola un’intervista al commercialista ed economista Alessandro Danovi, consulente di investitori esteri in Italia, nel peggior modo possibile. Il Corriere, infatti, mette fra virgolette una frase di Danovi, questa: «Gli investitori fuggono perché non siamo trasparenti». Detta così, pare la solita omelia sull’opacità delle nostre istituzioni, ma Danovi dice ben altro e centra esattamente il punto. Il commercialista, infatti spiega, che più che il pericolo della corruzione, il nostro paese soffre del male dello statalismo. Gli investitori stranieri temono «la poca affidabilità del nostro sistema amministrativo e burocratico in cui non si capisce chi decide e cosa, e la relatività del sistema giudiziario, in cui non c’è certezza sulle decisioni e sui loro tempi. Quando ci chiedono se una cosa si può fare o no, spesso non sappiamo cosa rispondere. Se vogliono costruire un supermercato, devo spiegargli che per avere l’autorizzazione non c’è un solo soggetto, ma ci sono il Comune, la Provincia, la Regione, l’Arpa, la Sovrintendenza». Tradotto in modo un po’ grezzo: il problema non è che ci chiedono bustarelle, il problema sono i labirinti della vostra burocrazia e un sistema giudiziario che decide a capocchia.

PEGGIO DI UNA GUERRA. Ancora più interessante è quanto dice Danovi immediatamente dopo: «Alcuni soggetti residenti in Siria mi hanno fatto riferimento all’elevato rischio Paese». Investitori siriani, un paese in guerra civile, non si fidano dell’Italia?, chiede sgomento il giornalista. «È quello che ho detto – risponde Danovi -. Sa cosa mi hanno risposto? “La guerra in qualche modo la gestiamo”. Il fatto è che in un investimento si deve valutare anche il rischio dovuto non solo, per esempio, al pericolo di default di una nazione, come è avvenuto per l’Argentina, ma anche all’affidabilità di un Paese. Ci sono nazioni che non hanno una tradizione democratica in cui, però, sono identificabili con esattezza i soggetti che prendono decisioni. Gli investitori fanno fatica in Italia perché qui tutto è poco trasparente e perché non c’è stabilità di governo». Così i siriani, che volevano investire su una grande azienda industriale, «hanno rinunciato proprio perché ritenevano il rischio Paese italiano troppo alto».

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