Karimi, il regista iraniano condannato a sei anni di carcere e 200 frustate per un film mai girato

Il regime islamico l’ha condannato per «propaganda antigovernativa» e «insulto nei confronti di ciò che è sacro». Peccato che le scene per cui è stato accusato non siano mai state girate

«Non capisco quello che mi sta succedendo. Mi aspetto di tutto». È frastornato il regista iraniano Keywan Karimi, 30 anni, appena condannato dal regime islamico iraniano a sei anni di carcere e 223 colpi di frusta per un film mai girato. O meglio: Karimi un film l’ha prodotto, ma ciò che gli viene contestato non c’è.
Ripercorrendo con il Le Monde la sua «storia kafkiana», non sa dire se «verrò arrestato domani oppure se, grazie a una forte mobilitazione internazionale, il governo cambierà idea sulla condanna». Karimi ha vinto diversi primi in giro per il mondo con i suoi cortometraggi, ma l’ultimo film girato, Writing on the city, gli ha causato dei guai.

PROPAGANDA E BLASFEMIA. Il documentario di 60 minuti racconta la storia del paese attraverso i graffiti e i messaggi scritti sui muri di Teheran dalla rivoluzione del 1979 al movimento di rivolta del 2009. Karimi è stato condannato ufficialmente per «propaganda antigovernativa» e «insulto nei confronti di ciò che è sacro», a causa di una scena di sesso.
«Sono 10 anni che giro film e non mi sono mai posto il problema di ciò che è vietato. Realizzo film per la storia, per testimoniare quello che succede nel mio paese e nella mia vita», racconta al quotidiano francese. I problemi sono cominciati nel 2013. Dopo aver annunciato a settembre la realizzazione del suo nuovo film, il 14 dicembre la polizia gli ha fatto visita a Teheran: «Mi hanno portato via l’hard disk con tutto il materiale del film. Sono stato arrestato e detenuto nel carcere di Evin [il più duro di tutto il paese] per due settimane, poi mi hanno liberato su cauzione».

IMMAGINI DI ARCHIVIO. Nell’hard disk i giudici hanno trovato le immagini delle proteste del 2009, dopo la rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad. «Mi hanno accusato di aver girato quelle immagini ma io gli ho spiegato che si trattava di materiale d’archivio», continua il regista. «Io ho chiesto e ottenuto un’autorizzazione per usare quelle immagini. Ho mostrato ai giudici tutti i documenti ma non mi hanno neanche ascoltato».

SCENA DI SESSO MAI GIRATA. La propaganda antigovernativa, dunque, non esiste. Così come il secondo capo d’accusa. La presunta scena di sesso, infatti, era stata preventivata ma non è mai stata girata: «L’attrice non ha accettato e così ho rinunciato a girarla». Ma per i giudici l’intenzione è sufficiente per condannarlo. Il regista parla da casa sua ma potrebbe essere arrestato in ogni momento: «Per ora sono libero ma non so cosa accadrà domani. Spero che il mio film venga trasmesso in qualche festival e che qualcuno mi dia il suo sostegno».

TAXI TEHERAN. Karimi non è l’unico artista iraniano perseguitato dal regime islamico retto dalla Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei. Un altro celebre dissidente, suo malgrado, è Jafar Panahi, arrestato nel 2010 per aver cominciato a preparare un film sulle proteste del 2009. Le autorità gli hanno proibito di girare pellicole per 20 anni ma gli hanno concesso la libertà vigilata. Panahi ha continuato a fare il suo lavoro clandestinamente e il suo ultimo film, Taxi Teheran, girato con un cellulare, ha vinto l’Orso d’oro all’ultimo festival di Berlino.

@LeoneGrotti

Foto Ansa/Ap