Juncker non è tanto meglio di quel somaro yankee che non sa cosa sia il Belgio

Il suo atteggiamento verso l’Italia è tale che dovremmo chiedere le sue dimissioni. Ma siamo troppo deboli. Renzi si ostina a fare da sé, e le opposizioni non solidarizzano mai

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Non mi do pace. E Boris di più. Mi fu insegnato che il gioco della politica è essere non dico madre, ma quasi. Si tratta di attraversare la strada della storia, consentendo a tutti i bambini della famiglia di non essere travolti o perduti. Senza lasciare nessuno indietro. Ora questo non sembra più attuale. I bambini nella metafora stanno per “valori”, una parola consumata più delle scarpe da tennis di Enzo Jannacci, ma meno affettuosa di quelle calzature da barboni. Possibile che per salvare l’uguaglianza si debba accettare la sparizione delle identità e il nichilismo radical chic? E – viceversa – che per salvaguardare una cultura si debbano maltrattare i poveri?

Questa è la tragedia del nostro tempo. Ma forse è sempre stato così. Così applaudito Trump, mi trovo a patire con Boris per la sua (vera o di facciata?) crudeltà con i senza carte di soggiorno. Lo so, ci sono delinquenti tra loro; mettono in questione equilibri sociali eccetera. Ma non esiste una strada che tenga insieme rigore e umanità? Non sarà forse una politica di “centro”, capace di questo? Sì, ma oggi si vince solo adoperando la lingua come una scure: dove taglio taglio. Io non ci sto. Boris che pure è un estremista russo, ondeggia.

Intanto, osservo che gli avversari di Trump, i quali governano l’Europa, sono quanto di più lontano dal farci star bene che esista nella galassia. Che l’Europa sia governata da asini che si ritengono geni, come il somaro di Chiambretti che fa la pubblicità alla Fiat, è dimostrato dalle affermazioni di Jean-Claude Juncker su Trump. Juncker è la massima autorità dell’Unione Europea, è il capo del governo, cioè della Commissione. Viene da un paese di mezzo milione di abitanti, specialista nel consentire alle multinazionali di non pagare le tasse. Juncker ha dato del rozzo e ignorante al presidente della massima potenza mondiale. Ha detto: «Pensa che il Belgio sia un villaggio. Perderemo due anni finché Trump abbia appreso come sia il resto del mondo. Non condivide i valori europei su immigrazione e gente che non è bianca». (Quali valori europei sull’immigrazione? Quello di lasciarci soli o di scaricarli come calcinacci disanimati in campi turchi?).

Insomma, questo vecchio barbagianni vuol trascinarci in una guerra commerciale con gli Stati Uniti dopo che ne abbiamo già una con la Russia in corso.

Non si capisce perché dobbiamo sopportare un presidente di Commissione che tratta a pesci in faccia il leader di una potenza alleata, trascura i nostri interessi, e invece si prostra sistematicamente ad Angela Merkel. È successo nei giorni scorsi, quando ha risposto «me ne frego» a Renzi che protestava per i due pesi e le due misure che penalizzano l’Italia nei confronti di Francia, Spagna e Germania riguardo alle regole europee. «Me ne frego» non è solo espressione volgare, ma dovrebbe essere tale da chiedere un nuovo governo dell’Europa. Ma siamo troppo deboli. Renzi si ostina a fare da sé, e le opposizioni non solidarizzano mai quando pure sarebbe il caso e c’è in ballo l’onore nazionale.

La colpa è di questa disfida referendaria, che prima si fa meglio è, così cominceremo a occuparci delle questioni serie, invece che dei “combinati disposti” che francamente più che essere un possibile danno futuro, sono un ceppo che ci blocca adesso, impedendo di costruire risposte coese e forti a questo corso del mondo che ci fa essere in balìa di speculazioni economiche e di una guerra che ci fa meta di migrazioni sempre più incontrollate e incontrollabili, con un’Europa che ci urla «me ne frego».

Con tutto questo, Boris e io speriamo non in Trump, ma nelle incertezze della storia, nel fatto che le derive attese non siano scontate. L’esito del elezioni americane, che ha contraddetto le previsioni dei sapienti, ci mostra che molte carte sono in mano ai popoli, per dare una scossa al proprio futuro. Crediamoci. Non tutto è già scritto nel nostro destino. C’è la libertà. Forse possiamo cancellare la parola declino e attendere un cambiamento. Dipende da noi. Non solo da noi, certo. Ma rimbocchiamoci le maniche. È ancora novembre, e come ho scritto domenica scorsa cimitero non vuol dire morte ma dormitorio. E ci dice: svegliatevi!

Foto Ansa

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