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Ius soli, Meeting. «La cittadinanza non può che essere la fine di un percorso, mai l’inizio»

agosto 22, 2017 Leone Grotti

La legge italiana sarà anche “cattiva” ma, come dichiarato dal docente di Demografia Gian Carlo Blangiardo, «rende l’Italia il primo paese in Europa per numero di cittadinanze concesse agli stranieri»

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Ius soli, ius culturae, ius sanguinis. Il dibattito su come e in quali tempi concedere la cittadinanza agli stranieri, riacceso ieri da papa Francesco con la diffusione del suo messaggio per la giornata dei migranti in cui – così l’hanno presentato tutti i media – si dice favorevole allo ius soli e allo ius culturae, è stato affrontato anche al Meeting all’interno dell’apposito spazio dedicato alle nuove generazioni.

Dialogando con il docente di Diritto costituzionale Lorenza Violini sul ddl passato alla Camera e in discussione al Senato, che propone di mitigare l’attuale legislazione concedendo così più facilmente la cittadinanza agli stranieri, Gian Carlo Blangiardo ha fatto «la parte del cattivo, anche se non lo sono». Il professore ordinario di Demografia all’università degli Studi di Milano-Bicocca ha infatti esposto le sue ragioni contro il ddl. Partendo dai numeri.

«Contrariamente a quanto si pensi e a quanto scrivono giornaloni come il Corriere della Sera, l’Italia nel 2015 è stato il primo paese in Europa per numero di cittadinanze concesse», ha dichiarato mostrando i grafici. «Dobbiamo sapere che l’Italia ha concesso 2o2 mila cittadinanze, più di qualunque altro paese europeo. A quanto pare la legge brutta e cattiva ci fa arrivare primi». Nel 2016, prevede il demografo, il numero si alzerà ancora di più e arriverà «intorno al 2025 a 400 mila cittadinanze circa concesse».

Perché sui giornali si leggono altri numeri? «Semplice», risponde Blangiardo. «Perché si parla sempre dei minori stranieri nati in Italia che richiedono la cittadinanza al compimento del 18° anno di età e mai dell’articolo 14 della nostra attuale legge. Questo prevede che quando i genitori stranieri risiedono da 10 anni sul suolo italiano, previa valutazione dei requisiti di integrazione, possono ottenere la cittadinanza e trasmetterla ai loro figli. Di conseguenza, ogni anno crescono sempre di più gli stranieri che hanno diritto alla cittadinanza. E nel 2015 sono 70 mila gli stranieri diventati italiani per trasmissione di cittadinanza, sempre grazie alla nostra cattivissima legge. Dire davanti a questi numeri che non funziona, è folle».

Un altro pregio dell’attuale legge, continua il demografo, è la sua ratio familiare: «Il ddl in discussione al Senato prevede che un minore possa diventare italiano anche se i suoi genitori restano stranieri. La nostra legge, invece, dà più importanza alla famiglia che all’individuo e non slega il destino del minore da quello dei genitori. Questo aspetto mi piace molto ed è saggio, perché quando il minore viene staccato dalla famiglia non è mai protetto. Io vedo in questo ddl l’ennesimo tentativo di sradicare dall’ordinamento la logica familiare, nella quale io invece credo ancora».

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L’incontro, organizzato in uno spazio troppo piccolo rispetto alle centinaia di persone intervenute ad ascoltare i relatori, ha lasciato posto anche alle domande dal pubblico, spesso venate da toni accesi e polemici. Lorenza Violini, secondo cui la nuova legge «aiuterebbe a risolvere alcuni problemi dei minori, facilitandone l’integrazione, e darebbe un segno di maggiore apertura da parte del nostro paese», concorda comunque con Blangiardo nel dire che «non c’è oggi la necessità di cambiare la legge, che non è malvagia», ma ci sono dei problemi da risolvere.

Lentezze burocratiche e disagi per i minori permangono ma, insiste l’ordinario di Demografia, «non è un pezzo di carta che farà sentire uno straniero a scuola uguale agli altri bambini. Serve sviluppare una cultura». E a chi invoca il diritto all’italianità per tutti, mettendo in un unico calderone il discorso dell’accoglienza dei migranti con quello della cittadinanza, Blangiardo risponde: «Non facciamo confusione. Accoglienza e cittadinanza non sono la stessa cosa. La prima può essere una cosa doverosa dal punto di vista umanitario, ma la seconda non può che essere l’epilogo della storia, il compimento di un percorso, mai l’inizio».

Foto Meeting

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