Squalo chi legge
L’isola bambina
«Tutto spento il piroscafo naviga, come inerte nella natura. Pure, dentro comincia a destarsi con crepitio di passi e di voci e fra poco sarà di nuovo un mondo anche lui. C’è gente, dentro, che ha dormito, ha sognato, e adesso si agita nelle prime faccende del mattino, per essere pronta a sbarcare prima del sorgere del sole, un po’ con una fretta di ragazzi che debbano correre in ore impossibili a scuola».
Estate 1932, Elio Vittorini ha 24 anni. Dalla sua Sicilia con dei compagni approda per la prima volta in Sardegna. Viaggia su strade di terra battuta su un pullmino ansante, che solleva attorno nuvole di polvere bianca. Va scoprendo un mondo, anzi, un pianeta. Arcaica, primitiva, la Sardegna non è segnata dalla storia infinita che è nelle trame della Sicilia. Un’isola, nel 1932, in certi angoli come bambina.
Sardegna come un’infanzia, si chiama infatti lo splendido diario, ingiustamente quasi dimenticato, del futuro autore di Conversazione in Sicilia. Viaggio dentro un’infanzia ritrovata. Non solo quella di Vittorini, ma un’infanzia universale, remota. Pianure desertiche ardenti sotto al sole e in cielo, alto, un falco. Un mare vergine in cui tuffarsi all’alba, quasi come in un fonte battesimale. E capre ossute sulla terra avara, e folle di bambini, e improvviso, pure tra le montagne nel vento, il mare.
Impossibile sostituirsi alle parole di Vittorini, in questo suo invidiabile viaggi – come avrei voluto essere assieme a lui. Altipiano di Gallura:
«Per chilometri non si scorge un uomo né un tetto. E l’impressione dell’altipiano si precisa nel senso di una maggiore prossimità della sorgente solare. Nell’aria ce n’è l’odore: del sole. Di fuoco puro, privo di ogni acredine di combustibile. E di pietra secca. Ma di brughiera anche. E di spoglie di serpi. Odore di Sardegna».
Vittorini decodifica e riproduce la chimica del profumo di Sardegna. Mirto e elicriso e mare, terra riarsa nella calura. Lo sento perfettamente, qui a Milano, mentre leggo. (In vent’anni, l’isola mi è entrata nella pelle. È come una costante nostalgia).
Certo, questo viaggio degli anni Venti appartiene a un “prima” ai miei occhi favoloso: prima della guerra, prima del boom, prima dell’Aga Khan, prima dell’avvento del turismo. Tuttavia, in certi luoghi e in certe stagioni, lontano dalla Costa Smeralda, e soprattutto avventurandosi nell’interno, molto della Sardegna di Vittorini ragazzo esiste ancora.
Gallura, per esempio. Appena a venti chilometri dal mare boschi e colline deserte, cinghiali, la sera, a branchi, e all’orizzonte rocce strane, come musi da dinosauro. Soltanto il vento: e quando cala, che silenzio, addosso. Come un mantello. Un silenzio difficile da sostenere. Troppe domande, fa quel silenzio.
Ma è sciocco usare parole mie: quelle di Vittorini sono ineguagliabili.
«Infine, scendiamo verso il mare. In Sardegna si sente sempre, a cento e cento chilometri dalle coste, che splende nell’aria da ogni lato. È una vera isola, Sardegna, dentro il suo splendore e le sue tempeste. […] La terra è saccheggiata dal maestrale. Che non soffia, intanto. Lunghe terre oscure appaiono sospese nell’aria, dove la pianura scoscende. Là è il mare: quell’aria. Disabitato come la Luce del Primo Giorno. Ma gli alberi sono piegati dal maestrale e hanno il fogliame arrovesciato, come chiome da pettinare. Anche i cespugli. Tutta la pianura arrovesciata. Si direbbe che il vento si è arrestato ora di colpo. E le case di Castelsardo, sul pollaio della rocca, al sole, sono accovacciate anch’esse per la trascorsa furia».
Incredibile: sapere descrivere il maestrale, quando non soffia. Eppure è tutto vero, è esattamente così.
Gli uomini invece sono cambiati. E le donne, più ancora. Eccole, allo sbarco a Terranova, cioè Olbia:
«Ed ecco una fila di donne, cinque o sei, se ne va strisciando lungo i muri. In fila indiana, serrate in scialli neri, con le lunghe gonne nere toccano il suolo appena e svoltano in una via traversa, come volpi in fuga».
Donne che non parlano con un uomo per strada, ragazzine che fuggono ridendo, alla vista di quei giovani stranieri. E gli uomini? A Tempio Pausania:
«La piazza è piena di gente, tutti uomini, che ragiona sottovoce o sta a guardarsi aspettando di udire nell’aria lo scoppio di qualche cannone di guerra. […] Indossano panni neri e grevi, e un mantello a cappuccio che li oscura in volto di più. E in fila indiana, con quel cappuccio da notte da lupi, salgono altri da una gradinata nella piazza, armati di fucile».
Un mondo arcaico già in quel 1932, un mondo altro dal resto d’Italia, che qui chiamano ancora “il Continente”: separato, più che dal mare, da un diverso, più lento, petroso scorrere del tempo.
Vittorini ragazzo mi ha portato con lui nel suo viaggio. Novant’anni sono passati. Ma se andate in Sardegna in primavera, o non oltre i primi di giugno, ritroverete quelle solitudini. O in inverno, anche, quando, come dicono gli isolani, «entra il maestrale»: non arriva, «entra», come un padrone in casa sua.
Bisogna andare, in Sardegna, in traghetto, e viaggiare di notte. La traversata e il sonno, e le grosse gomene che legano la nave al molo, all’arrivo, vi daranno il senso di avere varcato una frontiera. Bellissimo poi è approdare quando, nel buio, appena si accende l’aurora, disegnando l’aspro profilo dell’isola.
E poi, perdetevi: perdetevi volentieri per le strade tortuose dell’interno, arrivando dove Dio vuole, in piccoli paesi sconosciuti. Il sole, i boschi, il vento, l’elicriso di quell’estate del 1932, se andate a cercarli, esistono ancora.

Elio Vittorini, Sardegna come un’infanzia, Bompiani 2014 (prima edizione 1932)
Disclaimer: grazie al programma di affiliazione Amazon, Tempi ottiene una piccola percentuale dei ricavi da acquisti idonei effettuati su amazon.it attraverso i link pubblicati in questa pagina, senza alcun sovrapprezzo per i lettori.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!