Intercettazioni. Tutte le volte che la sinistra ha “scoperto” la gogna (e si è voltata dall’altra parte)

Contro lo sputtanamento mediatico-giudiziario il partito di D’Alema protesta a intermittenza (solo per gli amici). Con alcune eccezioni, naturalmente inascoltate

Giovanni Berlinguer: al via cerimonia laica alla Sapienza

Pubblichiamo la rubrica di Maurizio Tortorella contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Per capire che cosa è la gogna, devi passarci. Massimo D’Alema, ex presidente del Consiglio, oggi è giustamente ferito e indignato. È finito nei brogliacci di un’inchiesta che dalla Procura di Napoli si sono automaticamente e generosamente distribuiti nelle redazioni. Così si è saputo che una coop rossa, accusata di aver corrotto il sindaco pd di Ischia, ha speso 87 mila euro in due anni per acquistare bottiglie di vino prodotto dalla fattoria di D’Alema, più qualche copia di un suo libro. Non è indagato, l’ex segretario del Pds, ma tanto è bastato per devastarne l’immagine.

D’Alema protesta. Chiede l’intervento del Consiglio superiore della magistratura e dell’Associazione nazionale magistrati. Frigna e grida: «Dovrebbero esercitare una maggiore vigilanza affinché certe misure non siano superate e la magistratura non si delegittimi da sola. Non ritengo legittimo un uso delle intercettazioni come quello che è stato fatto nei miei confronti».

In realtà, non è capitato solo a lui. Purtroppo è capitato a moltissimi, troppi. E continua a capitare. Il punto è che contro la gogna mediatico-giudiziaria si urla e si strepita a intermittenza. E a sinistra lo si fa, diciamolo, soprattutto quando la gogna riguarda quella parte. C’è però qualche eccezione, che merita di essere citata.

Guido Calvi, avvocato del Pci-Pds negli anni di Tangentopoli, poi parlamentare dei Ds e del Pd, dal 2010 al 2014 è stato membro del Csm. In quella sede ha criticato l’uso distorto delle intercettazioni, che «spesso hanno finito per screditare la privacy di persone estranee alle indagini». Se l’è presa con i giornalisti, «che delle intercettazioni divulgano in maniera abnorme il contenuto, violando dignità e immagine di troppi cittadini: io non credo affatto che esista un dovere di pubblicare ogni cosa». Infine, ha colpito l’origine prima della questione, spesso sottaciuta: «La formazione della prova rischia di essere influenzata dalla simbiosi, dallo scambio di documenti fra magistrati e giornalisti, che va ben al di là del circuito mediatico-giudiziario».

Risultato? Silenzio totale. Eppure un membro del Csm, uomo di sinistra, aveva denunciato lo «scambio» tra pm e cronisti: tu mi dai il fascicolo, io faccio lo scoop e scrivo bene di te. Perché così funziona.

Anche Luciano Violante, ex magistrato ed ex parlamentare del Pci-Pds-Ds-Pd, ha criticato «lo spazio spropositato che l’informazione dedica alla cronaca giudiziaria e in particolare alle intercettazioni». Ha spiegato: «Nell’antichità era pubblica l’esecuzione della pena che dimostrava la potenza del Principe. Nell’età moderna la pubblicità riguarda il dibattimento, che dimostra l’equità e la controllabilità del processo. Oggi, nell’età dei mezzi di comunicazione, non abbiamo ancora stabilito il giusto equilibrio tra riservatezza delle indagini, tutela dei diritti delle persone coinvolte e diritto dell’opinione pubblica di conoscere e controllare».

Boccassini quoque
Nell’ottobre 2011, a sorpresa, è stata addirittura Ilda Boccassini a denunciare: «C’è stato un cattivo uso delle intercettazioni telefoniche da parte degli uffici del pubblico ministero, a livello nazionale». Il procuratore aggiunto di Milano ha aggiunto: «Anche io, da cittadina, leggendo sul giornale delle cose che non dovrei leggere, m’indigno. Perché spesso le conversazioni captate diventano uno strumento di lotta politica».

Parole di sinistra, parole sante. Nulla da aggiungere. Peccato siano rimaste soltanto parole. Forse, per divulgarle, servirebbe che un pm le intercettasse…

Foto Ansa