Inghilterra sott’acqua: le colpe degli ambientalisti nelle alluvioni del Somerset

Fiumi non dragati e canali tenuti ad alto regime per aiutare la fauna. Dietro alle esondazioni nel sud-ovest dell’isola non c’è soltanto la grande pioggia invernale

Chertsey, Inghilterra, una delle zone più colpite dalle alluvioni che tra gennaio e febbraio hanno devastato il sud-ovest dell’isola. Ci si può soltanto immaginare la faccia di Robin Haigh, proprietario di alcuni appezzamenti della zona, di fronte alla lettera dell’Agenzia per l’Ambiente, che per un beffardo gioco del destino è arrivata nella sua cassetta delle lettere quando l’acqua alta aveva ormai invaso i suoi terreni: «Caro residente, le scrivo per informarla di una nuova iniziativa volta a migliorare l’habitat per la fauna da fiume della vostra area. Il progetto porterà notevoli benefici alla regione incoraggiando pesci, uccelli e altre specie dipendenti dall’acqua a usare il fiume, così che il suo valore ecologico cresca». Di progetti simili la Gran Bretagna si è dotata a dozzine negli ultimi anni, e ora che tra Somerset, Berkshire e Surrey si fa la conta, pesantissima, di danni e pure morti causati dall’acqua di queste settimane, quelle politiche per ambiente e territorio finiscono sotto accusa: avrebbero creato le condizioni più favorevoli all’innalzamento di fiumi e torrenti e, di conseguenza, alle loro esondazioni.

AUMENTARE L’ACQUA. È quanto ha raccontato sul Telegraph il giornalista Christopher Booker: un’analisi di politiche, decisioni, piani del territorio… che era già eloquente nel 2005, quando prese idealmente il via: era l’anno in cui il ministro dell’Ambiente Eliot Morley annunciava il progetto “Saving wetland habitats”, e spiegava che per rispettare le direttive dell’Ue pensate assieme al Wwf, l’Agenzia per l’Ambiente e la Royal Society for the Protection of Birds, l’innalzamento dei corsi d’acqua in Somerset sarebbe stato promosso, poiché «la fauna trarrà beneficio dall’aumento d’acqua». Da allora il lavoro delle 13 squadre di drenaggio locale, la cui responsabilità era proprio tenere in sicurezza i canali, è stato ispirato da questa scelta.

“LA PISTOLA FUMANTE”. Per Booker quella è la “pistola ancora fumante” che inchioda l’ambientalismo inglese proseguito poi con altre decisioni discutibili: come quella, presa nel 2009, di stanziare 8 milioni di sterline per “rimettere in salute” (ossia riempire) dieci argini di fiume della regione. Poiché i cambiamenti climatici avrebbero portato inverni più secchi ed era necessario accumulare acqua per pesci e uccelli, questi spazi erano da riempire il più possibile, compresa uno in una zona agricola a Southlake Moor, che veniva drenato addirittura dal tredicesimo secolo. E non ci si stupisce quindi oggi nel vedere che proprio da qui è partito l’allagamento di case e aziende agricole. Non lontano da quel bacino sta, per esempio, David Gillard, un altro contadino impantanato nell’acqua alta. A parlare di lui è The Spectator: più volte ha chiesto all’Agenzia dell’Ambiente di dragare il fiume Parrett, che corre a fianco della cascina dove tiene le sue pecore. La scorsa estate erano anche venuti per cominciare i lavori, ma, quando hanno trovato alcuni roditori, hanno dovuto interrompere tutto: era l’habitat dell’arvicola. E ora, guarda caso, la fattoria di Gillard è allagata.

VOLPI, CAVALLI E MOLLUSCHI DEPRESSI. E di storie come la sua ce ne sarebbero molte, e non soltanto legate alle alluvioni del Somerset. Sulla rivista britannica, Melissa Kite ne dà esempi con precisione e humor. Come quando la stessa giornalista chiese alle autorità della sua zona di intervenire contro le volpi che distruggevano giardini e bidoni; le risposero con un volantino di suggerimenti per trasformare il suo prato in un luogo dove invece gli animali avrebbero potuto trovarsi bene : «Amano in particolare il pollo, sembra», commenta caustica. O come lo straordinario tentativo che si fece in Olanda anni fa, quando 15 mila acri (56 chilometri quadrati) di terreno non lontano da Amsterdam furono trasformati in una riserva naturale popolata da animali, dove l’uomo non avrebbe interferito in alcun modo. Il risultato? Solo gli uccelli riuscivano a riprodursi, poiché volavano in giro a cercarsi del cibo durante gli inverni più rigidi. Gli altri animali come cervi o cavalli morivano di fame all’interno del grande recinto. Infine, c’è il caso recente del Tamigi, lasciato non dragato per non disturbare un raro mollusco chiamato la “cozza depressa da fiume”. «Davvero, non è uno scherzo. La specie conosciuta invece come “depresso contribuente” sembra non essere in alcuna lista di priorità».