Inghilterra. Pastore anglicano sposa un altro uomo e denuncia il suo vescovo per discriminazione

Il vescovo ha vietato al pastore sposato con una persona dello stesso sesso di officiare i sacramenti, applicando la dottrina, ma l’arcivescovo di Canterbury in tribunale l’ha abbandonato

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In Inghilterra il matrimonio gay è entrato in vigore nel marzo del 2014. Nella legge è specificato che la Chiesa (statale) anglicana è libera di non officiarli, dal momento che sono contro la sua dottrina. Nel 2014, però, un pastore anglicano si è sposato civilmente con un uomo e poi ha fatto causa alla sua diocesi per discriminazione.

IL MATRIMONIO GAY. Il caso del reverendo canonico Jeremy Pemberton è approdato in tribunale il 15 giugno e si prospetta già gravido di conseguenze per la Chiesa anglicana. Pemberton ha sposato nell’aprile del 2014 Laurence Cunnington. A giugno, l’allora vescovo della diocesi di Southwell e Nottingham, Richard Inwood, ha vietato al pastore di officiare i sacramenti nella sua diocesi, dal momento che il matrimonio gay è contrario all’insegnamento della Chiesa anglicana. Per questo, Pemberton non è stato assunto come cappellano dell’ospedale di Sherwood.

IL REGOLAMENTO. Il vescovo Inwood ha affermato di aver solamente seguito il regolamento diffuso dalla Chiesa anglicana all’indomani della legalizzazione dei matrimoni gay, laddove si afferma che «i pastori che si sposano con qualcuno dello stesso sesso violano chiaramente gli insegnamenti della Chiesa di Inghilterra». La Chiesa anglicana permette ai pastori (anche donne) di sposarsi e alle persone omosessuali di diventare pastori, ma non consente ai pastori omosessuali di sposarsi.

«MI HANNO DISCRIMINATO». Pemberton, appoggiandosi all’Equality Act del 2010, ha fatto causa lo stesso al vescovo Inwood: «È triste per me aver dovuto compiere questo passo contro le autorità della Chiesa. Ad ogni modo, non mi hanno lasciato altra scelta, punendomi e discriminandomi solo perché ho esercitato il mio diritto a sposarmi».

IL PROCESSO. Durante la prima udienza del processo davanti al tribunale del lavoro di Nottingham, Thomas Linden, avvocato della diocesi incriminata, ha chiesto al pastore se non ritenesse di aver violato gli insegnamenti della Chiesa. E lui ha risposto: «No, perché mi sono sposato in Comune e non in chiesa. Sposarmi era la cosa giusta da fare e nessuno ha il diritto di dirmi chi posso e chi non posso sposare. Il mio vescovo non ha il diritto di dirmi che non dovrei sposare qualcuno».

L’ARCIVESCOVO WELBY. Il caso si è complicato quando dall’ufficio dell’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, è stata inviata una email alla diocesi dove, invece che dare un giudizio chiaro sull’accaduto appoggiando la decisione del vescovo, si sosteneva che l’affare era «pastorale» e doveva essere risolto «dalla diocesi». Il vescovo Inwood è quindi stato affrontato così dal giudice: «Il linguaggio della email non sembra essere molto contrario, no? Ora, l’arcivescovo Welby ha un’idea chiara sul ruolo della Chiesa in una società che si scopre sempre più ineguale su questi temi. La Chiesa ha anche una comunità gay praticante significativa. Forse, quindi, ha deciso di lasciarla sola dal punto di vista politico. O no?». Inwood ha risposto: «Parafrasando la serie tv House of Cards, direi: tu puoi sostenerlo, ma io non potrei commentare».

«PECCATO È UNA PAROLA DIFFICILE». Alla domanda se il matrimonio gay del pastore Pemberton fosse un «peccato», il vescovo Inwood ha risposto: «”Peccato” è una parola molto difficile da trattare. Una parte di me vuole dire “sì”, perché va contro la dottrina della Chiesa sul matrimonio, e una parte di me vuole dire “no”, perché credo che Pemberton e il suo compagno l’abbiano fatto considerando questo matrimonio una cosa moralmente giusta». Poi ha aggiunto: «Penso che abbiano scelto il momento sbagliato, perché la chiesa non ha ancora pensato bene a cosa fare. Credo che, in qualità di prete, Pemberton avrebbe dovuto rispettare la dottrina della Chiesa e astenersi dallo sposarsi». Ma il pastore Pemberton ha definito così la dottrina sul matrimonio di una Chiesa anglicana sempre più confusa e indebolita: «Mi fa schifo».