L’indomani del 4 dicembre

Mi aggiro per i borghi deserti e mi chiedo con quale fuso d’arcolaio si è punto l’unico avventore addormentato dell’osteria, chi ha serrato gli alti portoni, se ci sarà acceso il foco per le famiglie, dietro le finestre chiuse

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paesaggio

Quando – perdonate l’ignoranza – a Capodanno scoprii che l’Election Day sarebbe stato l’8 novembre mi sono detto: ecco 313 giorni di vita che verranno buttati via, il mondo intero sospeso nell’attesa del simulato vaticinio di aruspici che compulsano visceri elettorali. Ma in Italia, il 4 dicembre di quest’anno bisesto, di giorni ne avremmo dissipati 339, risucchiati nel nulla eterno come granelli di clessidra. Una narcosi globale che tanto somiglia ai prodromi dell’asfissia per monossido di carbonio, il fumigare di legni bagnati dalla stagnazione finanziaria, nutrito dalla bragia del terrorismo, soffiata dagli stessi arconti di questo mondo – di cui Giovanni disvelò la cifra.

Cosicché, ieri, domenica, sesto giorno di novembre dell’anno di Nostro Signore due millesimo decimo sesto, nel meriggio – ad ora tarda, ahimè dimentico del recente ripristino dell’ora solare – mi affrettai peregrino a valicare il monte, senza bordone né capasanta, mettendo le ruote del mio crossover seminuovo sull’autostrada diserta, come a fuggire il sonno mortifero che talvolta prende quando troppo e vanamente ci saziamo di cibo terreno.

Lottai contro il mugghiante marino che strigliava il vello delle montagne, che ora fa la muta dal verde all’oro infuocato, turbinante di foglie viola e nuvole tormentate di bambagia color canna di schioppo, rilucenti degli ultimi barbagli del sole che sciabolavano l’aria dilavata dagli scrosci, con echi lontani di cornamusa. Discesi alfine, passata la Cisa e lasciato alla mano mancina il monte Orsaro, che di quello speleo tremendo orso prende il nome, alla città di Pontremoli, che si erge isola fra la Magra e il Verde – è la loro piena che precipita dai monti che quei ponti suole fare tremare.

Mi aggiro come un foresto per i borghi, dove quasi nessuno passa e mi chiedo con quale fuso fatato d’arcolaio si è punto l’unico avventore addormentato nel torpore d’osteria, chi ha serrato i battenti degli alti portoni, se ci sarà acceso dentro il foco per le famiglie, dietro le finestre chiuse. Bisogna essere sposi fedeli per amare questa città – così viva e splendida e facile da amare in estate – alla vigilia dell’inverno, quando viene lasciata sola come vedova incanutita. Eppure ho atteso la notte guardandoti dal ponte di pietra, beatamente intontito dallo struggimento delle tue acque e del vento.

Scherzi a parte, ci vorrà un certo coraggio per affrontare tutto questo medioevo prossimo venturo di cui ci parla ogni città storica italiana ammantata nelle ultime luci di una domenica sera di autunno. Il coraggio di restare e di ricominciare il lunedì, con la virtù eroica dei santi: ecco, di questo avremo bisogno il 5 dicembre – comunque vada.

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