In Lombardia votare Maroni per votare la sussidiarietà. E buon viaggio ad Albertini

Qual è l’unico voto utile per non consegnare la Lombardia ad Ambrosoli, degnissimo portavoce di potentati in stile senese, fortemente ostili al “più società meno Stato” dei buoni scuola, vita, famiglia, impresa?

Fattore famiglia (uomo-donna). Buono scuola. Voucher e facilitazioni per le famiglie numerose. No tax area di tre anni per i giovani che avviano un’impresa. Fondo Nasko per sostenere le donne che hanno problemi economici tali da trovarsi costrette a interrompere una gravidanza. Azzeramento dell’Irap per le aziende. Queste e moltissime altre “riforme” promette di finanziare con il 75 per cento delle tasse lombarde trattenute in Lombardia il formidabile programma all’insegna della sussidiarietà presentato da Roberto Maroni, candidato Lega-Pdl a governatore della regione Lombardia.

C’è motivo di credere che dopo il 24 febbraio potrebbe prendere corpo l’ipotesi di un grande partito né di destra né di sinistra del Nord e un modello federale (le macroregioni) accompagnato dalla nascita di formazioni politiche analoghe a quella nordista (tipo “Grande Sud”). E c’è motivo per ben sperare che la Lega di Maroni sia già in fase post-ideologica e stia già meticciandoci con altre realtà popolari. Il semplice fatto che il programma maroniano contenga l’esaltazione pratica della sussidiarietà, è la prova che una nuova fase è iniziata.

Bene. Si sappia che in questa vicenda c’è anche lo zampino di Tempi. Lo diciamo con senso delle proporzioni ma anche con un certo orgoglio. «Chi vive, si incontra» dicevano i nostri avi. Adesso, tra persone appartenenti a un fenomeno politico di radici popolari e gente di giornale (più parecchi amici intorno) nata da un’educazione giussaniana («l’invincibile compagnia») e cresciuta in un certo spirito gaberiano («la strada è l’unica salvezza»), a una certo punto è successo di incontrarsi. E, paradossalmente, è successo proprio quando Formigoni è andato a sbattere per mano leghista. Mano che, pressata nella sua base dalla bolla speculativa impiantata dal circuito dei mozzorecchi, nel giro di una notte ha ritirato l’appoggio a Formigoni e ha chiuso un’epoca, gloriosa, anche se non priva di macchie, che ha fatto della Lombardia – mai stancarsi di ripeterlo perché è la verità, nient’altro che la verità – la regione meglio amministrata d’Italia.

Così, adesso ci troviamo a promuovere come Tempi un’assemblea popolare con il candidato governatore Roberto Maroni.

Perché questo passo fino al dettaglio di campagna elettorale? Dall’incipit di questo editoriale dovrebbe essere già chiaro tutto: Maroni ha deciso di ancorare il suo programma alle cose fatte e ai princìpi di libertà affermati nel precedente governo. Dunque è così, come ci aveva anticipato Formigoni nell’intervista a Festa pubblicata su Tempi la scorsa settimana: «Maroni è imbattibile sul piano della continuità» (e lo confermano le candidature “formigoniane” che il leader leghista ha sponsorizzato anche nel Pdl).

Ma se qualcuno avesse remore intellettuali o delicatesse di palato alla sola vista di una cravatta verde, allora provi a trovare un’altra risposta razionale che non sia Maroni alla seguente domanda: essendo Albertini già in viaggio per il Senato (è capolista per la Lista Monti in Lombardia) e rimanendo egli in corsa solo come candidato di disturbo (è quarto nei sondaggi), qual è l’unico voto utile per non consegnare la Lombardia ad Ambrosoli, degnissimo portavoce di potentati in stile senese, fortemente ostili al “più società meno Stato” dei buoni scuola, sostegno alla vita nascente, famiglie uomo-donna, libertà di cura, impresa eccetera?