Il virus nelle nostre tasche: effetto Covid sulla ricchezza nel mondo

Che conseguenze ha avuto e avrà la pandemia sul divario tra ricchi e poveri del pianeta? Prova a rispondere un rapporto del Credit Suisse Research Institute

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Non è vero che la diseguaglianza fra i più ricchi e i più poveri del mondo dopo il 1989 è andata sempre aumentando: nel 2019 è leggermente diminuita, assecondando una tendenza iniziata nel 2016; ma si può prevedere che a causa delle conseguenze del Covid sull’economia da quest’anno tornerà a crescere. Questo, in sintesi, il messaggio dell’ultimo Global Wealth Report del Credit Suisse Research Institute, il centro ricerche della grande banca svizzera che da un decennio propone agli investitori e al pubblico in generale i risultati delle sue approfondite analisi sulla distribuzione della ricchezza nel mondo.

Dal 2010 il Rapporto offre ai lettori numerose espressioni grafiche della distribuzione della ricchezza, fra le quali la più suggestiva è la piramide della popolazione adulta mondiale suddivisa in quattro bande sulla base della ricchezza a sua disposizione: il vertice è rappresentato da quanti dispongono su base annua di proprietà e denaro per un valore superiore a 1 milione di dollari, la sezione sottostante riunisce coloro che detengono fra i 100 mila e il milione di dollari, quindi segue la banda 10 mila-100 mila dollari e infine la base della piramide è rappresentata da coloro che hanno meno di 10 mila dollari di proprietà e liquidità.

Distribuzione della ricchezza nel mondo, raffronto 2010-2019. Fonte: Credit Suisse Global Wealth Report 2019

COME È ANDATA NEGLI ULTIMI 10 ANNI

Nel 2010 questi ultimi erano 3 miliardi, rappresentavano il 68,4 per cento della popolazione adulta mondiale e detenevano solo il 4,2 per cento di tutta la ricchezza; mentre i milionari erano 24,2 milioni, rappresentavano lo 0,5 per cento della popolazione mondiale e detenevano il 35,6 per cento di tutta la ricchezza.

Alla fine del 2015 la diseguaglianza ha toccato cifre record: sotto i 10 mila dollari si è ritrovato il 73,2 per cento dell’umanità, pari a oltre 3 miliardi e mezzo di adulti, mentre i milionari, cresciuti di poco allo 0,7 per cento della popolazione mondiale (33 milioni di persone), avevano accumulato il 45,6 per cento della ricchezza totale. Dopo di allora la diseguaglianza risulta essere diminuita anno dopo anno.

Nel rapporto per il 2020 apparso alla fine di ottobre contenente i dati di fine 2019 scopriamo che gli adulti che possiedono beni e denaro per un valore inferiore a 10 mila dollari si sono ridotti a 2 miliardi e 768 milioni di persone, pari al 53,6 per cento di tutta la popolazione, mentre i milionari ora sono quasi 52 milioni, pari all’1 per cento di tutta la popolazione, ma ora i loro beni corrispondono al 43,4 per cento di tutta la ricchezza mondiale. Hanno fatto progressi sia la classe medio-alta che quella medio-bassa. La prima è passata dal 7,5 per cento della popolazione nel 2010 all’11,4 per cento dell’anno scorso, mentre la seconda è passata dal 23,5 per cento del 2010 al 34 per cento del 2019.

LE CONSEGUENZE DELLA PANDEMIA

Il Rapporto passa poi ad analizzare le conseguenze dell’epidemia da Covid-19 sull’economia mondiale e sulla distribuzione della ricchezza. Il 2019 secondo Credit Suisse è stato anno di grande crescita, nel corso del quale si sono aggiunti 36.300 miliardi di dollari alla ricchezza delle famiglie in tutto il mondo, per un totale di 399.200 miliardi. A questa crescita del 10 per cento circa sull’anno precedente si è aggiunta una crescita media dell’8,5 per cento nella ricchezza media pro capite per ogni adulto, che avrebbe raggiunto la cifra record di 77.309 dollari.

Nei primi tre mesi della pandemia – fra gennaio e marzo del 2020 – la ricchezza mondiale si sarebbe contratta del 4,4 per cento, pari a 17.500 miliardi di dollari. Senza la pandemia, gli esperti stimano che alla fine di giugno la ricchezza media pro capite mondiale sarebbe salita ulteriormente a 78.376 dollari, mentre invece è scesa a 76.984. La ricchezza finanziaria è diminuita in 27 dei 35 paesi (tutti europei o dell’anglosfera) di cui si conosce lo stato patrimoniale finanziario, e in cinque di essi la flessione è stata superiore al 9 per cento. Si tratta di Danimarca, Australia, Regno Unito, Stati Uniti e Canada. La regione del mondo più colpita è stata l’America latina, dove agli effetti del Covid si sono sommati quelli della svalutazione di alcune valute, risultando in un declino del 12,8 per cento della ricchezza totale.

2020: CADUTA E RISALITA

Sempre nel primo trimestre, la pandemia ha annullato la crescita attesa nel Nordamerica e causato perdite in tutte le altre regioni del globo tranne la Cina e l’India. Nel secondo trimestre si è osservata una ripresa generalizzata, che ha riportato il valore complessivo della ricchezza mondiale alla fine di giugno più o meno allo stesso livello del 1° gennaio (quella pro capite, s’è già detto, è diminuita).

Credit Suisse spiega questo facendo riferimento a tre fattori. Il primo è la reazione delle famiglie, che hanno ridotto i consumi e dunque l’indebitamento; il secondo è l’abbassamento dei tassi di interesse e le facilitate condizioni di accesso al credito, che hanno comportato una rivalutazione delle proprietà immobiliari e del potere di acquisto delle pensioni; il terzo fattore è il massiccio sostegno da parte di tutti i governi, che hanno trasferito migliaia di miliardi di dollari ai privati, e finalmente alle famiglie.

CHI PERDE E CHI VINCE LO STESSO

Secondo Credit Suisse le condizioni per una ripresa della crescita economica e della ricchezza domestica non si materializzeranno prima della fine del 2021, ma alcuni paesi cresceranno anche quest’anno. Nel Rapporto, uscito a fine ottobre, si prevede che solo tre paesi vedranno crescere, seppure di poco, il loro Prodotto interno lordo (Pil) durante il 2020; si tratta della Cina (1,2 per cento), l’Egitto (0,6) e l’Indonesia (0,2). Fra i paesi che subiranno le più forti contrazioni l’Italia (meno 10,8 per cento), la Francia (meno 10,4), il Regno Unito (meno 9,4), l’India (meno 8,5), il Giappone (meno 5,4) e gli Stati Uniti (meno 5,3).

Foto Ansa