Il terremoto, le cavallette Ong e le bande armate. Eppure anche nelle bidonville di Haiti «Cristo risorge»

Suor Marcella Catozza racconta l’aspra vita quotidiana dopo il sisma tra le baraccopoli di Port-au-Prince. «Ma da un mese abbiamo aperto la casa d’accoglienza “Don Giussani”»

Tra la spazzatura di Waf Jeremie le previsioni del Fmi sembrano avere poco spazio. Haiti, Port-au-Prince: a tre anni abbondanti dalla scossa di terremoto che ha devastato l’isola caraibica provocando più di 230 mila morti il Fondo Monetario Internazionale dà le cifre per i mesi a venire, stimando una crescita dell’economia dell’isola pari al 6,5 per cento. Il condono del debito estero gioca il suo ruolo chiave in questa aspettativa, supportata da crescite e investimenti nel settore agricolo e industriale, e in tante zone dell’isola i segnali che una ripartenza è possibile si iniziano a vedere. Ma certo non qui, nella baraccopoli più congestionata e difficile dell’isola, dove vivono 70 mila persone accertate, molte di più nella realtà. Qui dove sorge una discarica la gente va e viene in cerca di cibo da recuperare e di oggetti da rivendere: si ferma e costruisce la propria casa con quel che trova. O ancora, è il punto di arrivo di tante famiglie che giungono in città dal resto dell’isola, per poi finire a vivere nel luogo più povero di Port-au-Prince.

VITA DIFFICILE, DA SEMPRE. «A Waf Jeremie è difficile parlare di crescita, anzi mi sembra che andiamo sempre peggio», la voce risoluta di suor Marcella Catozza (nelle foto, tratte dal sito della onlus che la sostiene) arriva direttamente dall’isola caraibica. Una realtà che conosce molto bene: da otto anni vive qui, portata dalla Fraternità francescana missionaria di cui fa parte. Era il 2005 quando rispose all’invito dell’arcivescovo Miot (poi morto nel terremoto) che chiese a lei e ad alcune sue consorelle di «portare Cristo e la Chiesa a quella gente»: terra periferica e dimenticata da tutti, dove anche le Ong faticano ad entrare.
Immersa totalmente nella vita della baraccopoli, suor Marcella guarda a tutte le difficoltà incontrate dalla scossa del 2010: «Il dramma di Haiti esiste da ben prima del terremoto: qui la vita è dura da sempre, perché non c’è accesso all’acqua potabile, l’educazione e le scuole sono disastrate, tantissime sono le zone in mano alle bande armate, non esiste un governo con cui interloquire né polizia in grado di tenere l’ordine. Il terremoto è stato un coltello che si è infilato in questa piaga».
La scossa ha portato morte e distruzione in un popolo difficile, dove anche i tanti soldi arrivati a raffica da tutto il mondo per la ricostruzione sono riusciti a fatica ad aiutare coi progetti delle Ong: «Tante organizzazioni sono arrivate come cavallette, facendo e disfacendo in rapido tempo. Non voglio incolpare nessuno, ma chi era qui da più tempo sapeva come muoversi, conosceva l’isola, aveva contatti. Chi invece è venuto sull’onda del terremoto si è trovato di fronte ad un paese che non offre tanti spazi. Hanno reso poco i programmi, di rado pensati a lunga scadenza: tanti operatori arrivavano e dopo sei mesi se ne andavano, lasciando i lavori in mano a nuove persone che dovevano poi ricominciare tutto da capo». Un esempio semplice? Le latrine costruite a Waf Jeremie: «Ne hanno tirata su una a pochi passi dal nostro refettorio. Finché c’era un progetto, venivano pulite con frequenza. Da quasi un anno tutto è bloccato, e sono diventate fatiscenti e inutilizzabili: abbiamo dovuto chiudere la nostra mensa perché eravamo a rischio contagio».

DA 8 ANNI A WAF JEREMIE. Anche per suor Marcella è stato difficile entrare nella vita del quartiere: la gente era diffidente anche otto anni fa, quando per la prima volta arrivò nella baraccopoli. «Il muro cadde solo dentro ad un dialogo, senza la nostra pretesa di affermare cosa possa essere meglio per questa gente. Ci fu, poi, dopo due settimane dal nostro arrivo, un evento particolare: durante un nubifragio una donna perse suo figlio. L’urlo disperato di quella madre ci ha permesso di avvicinarci a lei per aiutarla: il figlio era ormai disperso, non c’erano soluzioni concrete che potessimo offrirle. Ma la risposta a quel grido era il fatto che noi eravamo lì, a condividere con lei quel dolore e quel bisogno».
Da allora, la presenza della sua Fraternità si è affermata all’interno della bidonville: prima è stato costruito un ambulatorio, riedificato dopo il sisma, poi un villaggio da 122 case, e nel marzo 2011, una scuola elementare che accoglie 450 bambini. «E un mese fa abbiamo aperto l’ultimo edificio, la casa d’accoglienza “Don Giussani”: è una struttura che può ospitare più di 70 bambini. Per ora ci sono 22 ragazzi che hanno perso i genitori: la inaugureremo il mese prossimo col nunzio apostolico, che battezzerà anche questi bambini».

PERICOLO DELLE BANDE ARMATE. Il terremoto però ha inasprito ancor di più gli animi, rendendo tutto più complesso: mancano soldi e lavoro, manca l’acqua potabile che arriva solo con le autobotti. Nei mesi successivi alla scossa tanta gente di Waf Jeremie si è ritrovata con niente, disperata e segnata dal dolore, ma molti si sono stretti intorno a suor Marcella e al suo Vilaj Italyen, per provare a ripartire, aiutarsi reciprocamente e ricostruire le case.
«Ma ora il tentativo di mettersi insieme ha dovuto cedere alla pretesa». La pretesa è quella di tante bande armate che da tempo circolano ad Haiti, ma che ultimamente continuano a crescere nelle baraccopoli per cercare di guadagnare potere e soldi dai vuoti lasciati dal terremoto. E che si fanno sempre più cattive, specie coi bianchi: «Le bande minacciano anche noi, e la nostra permanenza qui è diventata a rischio. L’ultimo episodio è successo lo scorso giovedì, quando il capo di una di queste squadre è venuto da noi chiedendoci 1000 dollari al mese: “Siete bianchi, sapete come averli. Se non ce li date, uccido uno di voi ogni mese”. E sono capaci di farlo: lo scorso agosto ho perso il mio collaboratore più stretto. Stavamo per prendere le macchine per andarcene».
Alla fine sono rimaste, rinnovando una decisione che va affrontata tutti i giorni: «Ci vuole realismo, non scelte da eroi che accettano di rimanere solo per rischiare la vita. Se ti è chiesto di sacrificarti, è il Signore che te lo chiede. In ogni momento si valuta cosa è meglio fare, ma abbiamo accettato di rimanere per non chiudere la porta alla certezza che un destino buono è pronto anche per questa gente. Veniamo proprio dai giorni di Pasqua: ecco, andar via sarebbe come dire “Cristo risorge, ma non sempre, non qui”».