Il silenzio per nulla banale dei proprietari del Bataclan

Jules Frutos e Olivier Poubelle hanno evitato finora giornali e tv per stare vicini ai colleghi feriti o traumatizzati. Per loro è cominciata «una lunga via crucis»

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Subito dopo gli attentati di Parigi sono stati assaliti dai giornalisti ma si sono defilati e hanno «rifiutato tutte le interviste». Non volevano «aggiungere niente all’orrore», dicono, né «spettacolarizzare ancora di più l’attentato e la morte». Jules Frutos e Olivier Poubelle sono proprietari al 30 per cento del Bataclan (la maggioranza è detenuta da Lagardère), dove il 13 novembre i terroristi islamici hanno massacrato 90 persone.

«PERCHÉ ANDARE IN TV?». I due francesi si occupano di programmare le serate del Bataclan e non erano nel locale il giorno fatidico. C’erano però «per svago» due loro collaboratori, uccisi, e altri 20 rimasti feriti, alcuni gravemente. Davanti «alla più grande carneficina mai compiuta» in un locale musicale, Frutos e Poubelle si sono rifiutati di rilasciare commenti frettolosi, per non aggiungere altre voci alla frenesia mondiale: «Che senso ha andare in televisione?». Al contrario hanno preso tempo, si sono fermati, respingendo il circo mediatico e hanno accettato di parlare a Le Monde solo a tre settimane dalla strage.

«UN GRANDE PUDORE». Che cos’hanno fatto allora? «Siamo stati vicini ai sopravvissuti, con chi ha bisogno di riprendersi». Hanno parlato con le loro équipe di quanto successo e «quando qualcuno non ne aveva voglia, stavamo in silenzio. C’è un grande pudore. Ognuno fa quel che può davanti a questa violenza». Ecco cos’hanno fatto: non sono tornati dentro al Bataclan («sarebbe stato voyeurismo» e tra l’altro «la polizia ce l’ha sconsigliato»), ma hanno provato a stare davanti a quanto successo, riflettendo – a volte parlando, spesso senza dire nulla – su «un problema senza soluzione». Chi, infatti, può spiegare che senso ha una violenza simile? Davanti al Bataclan, però, i due ci sono tornati. «Ci passo tutti i giorni perché ho bisogno di essere là», dice Poubelle. «È la vita che lo richiede», aggiunge Frutos.

«LUNGA VIA CRUCIS». Così come hanno evitato le telecamere e il voyeurismo, gli imprenditori non si sono ancora lanciati in progetti futuri. «Speriamo vivamente che il locale riaprirà a fine 2016», dicono, ma il come è un altro paio di maniche. «Avremo ancora voglia di proseguire in questa avventura? Con quale progetto? Come reagiremo tornando nella sala? Tutti vogliono ricostruirlo, questo ci aiuta ad andare avanti, ma sarà una lunga via crucis. Tante domande si pongono: Che locale riaprire? Che fare dell’entrata? Come? Di che colore? E quali artisti far suonare?».

«IL RISCHIO DI DISTRARSI». Domande alle quali Poubelle e Frutos non hanno fretta di rispondere. Per le risposte infatti ci vuole tempo. Ecco perché, «quando il ministero della Cultura ci ha proposto di organizzare un concerto per le vittime, abbiamo riposto che era una cattiva idea. Qual è il messaggio che si vuole mandare? No, avrebbe solo accentuato lo spettacolo di questi attentati. (…) C’è sempre il rischio di distrarre dal dolore». Mentre la posizione più umana è starci davanti.

Foto Ansa/Ap


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