Il ponte sullo Stretto (che si farà) e gli scopi politici del Corriere

Un articolo di Sergio Rizzo denuncia che il progetto del ponte sullo Stretto di Messina è al capolinea e non verrà realizzato, perché la Lega si mette di mezzo. Un’intervista dell’ad della società Stretto di Messina a Più Mese smentisce il Corriere della Sera

«Il ponte sullo Stretto non si farà più». Ad assicurarlo è una delle firme nostrane del giornalismo d’inchiesta, Sergio Rizzo, che sul Corriere della sera del 24 giugno parla dei lavori che sarebbero bloccati malgrado la società Stretto di Messina stia procedendo per l’approvazione del progetto definitivo del ponte, presentato lo scorso dicembre: e la causa sarebbero «questioni politiche. Sia pure mascherate da difficoltà finanziarie».

Partiamo da quella che sarebbe la “maschera” per lo stop: le difficoltà a sostenere le opere compensative (come bretelle di congiungimento, stazioni ferroviarie, etc.) che i Comuni locali attendono come da programma. Si tratterebbe di opere che erano state concordate per 800-900 milioni di euro, e invece non si potrebbe andare, secondo Rizzo, oltre i 130-140 milioni di euro. Quanto al problema politico il lungo articolo fa una lunga digressione storica – ddi ponte sullo Stretto si parla dal 1969 – che tocca Bettino Craxi, la legge obiettivo del governo Berlusconi (anno 2001), e arriva dalle parti di Pontida. Il problema politico infatti sarebbe targato Lega Nord.

«Dopo la batosta elettorale delle amministrative, la Lega che già di quest’opera non voleva sentire parlare, ha alzato la posta». Come stanno davvero le cose? Dalla società Stretto di Messina non rilasciano commenti ufficiali, ma si ribadisce che a loro «non risulta che siano a rischio i lavori con la società Stretto. E questo lo si può evincere anche dall’articolo, dove si legge che noi stiamo andando avanti con il nostro Cda che ha avviato appunto l’esame definitivo del progetto del ponte». Fonti interne alla società, tuttavia, concordano su una lettura dell’articolo del Corriere: «È più un problema di natura politica».

Perché il pezzo di Rizzo esce proprio ora? Secondo la time-line dei lavori, in questo periodo a conclusione di un complesso lavoro di verifica, è prevista l’approvazione definitiva del progetto. «Ciò consentirà – ha spiegato l’ad di Società Stretto di Messina, Pietro Ciucci, a Più Mese-Grandi Opere, speciale uscito con l’ultimo numero di Tempi il successivo avvio dell’istruttoria da parte del ministero delle Infrastrutture, che si concluderà con l’approvazione da parte del Cipe. Secondo i tempi di legge tale procedura potrà essere ultimata entro l’estate, il che consentirà di aprire i cantieri per inizio 2012». Il ponte, ha spiegato Ciucci ancora a Più Mese, ha già avuto nel 2010 un indotto sul mercato di 110 milioni di euro. L’apertura dei cantieri porterebbe lavoro a 8 mila operai, in Sicilia e Calabria, dove la disoccupazione ha oggi tassi elevati. Chi dunque ostacolerebbe questi lavori? Davvero la Lega può fare qualcosa?

Ancora fonti interne alla Società, hanno trovato invece piuttosto interessante un articolo apparso sul quotidiano locale La Sicilia, proprio dopo l’articolo di Rizzo: secondo il quotidiano non è possibile che la Lega blocchi i lavori più di tanto, visto che fortunatamente «l’architettura finanziaria del ponte è autosostenibile, e non ha bisogno di ulteriori grossi contributi statali, visto che il 60 per cento del costo dell’opera deve arrivare dal mercato finanziario internazionale, in cambio dei pedaggi trentennali».

Chi lavora davvero per bloccare il ponte? Il sicilianissimo ministro della Difesa Ignazio La Russa ha detto che «al governo questo problema non s’è mai posto. In nessuna sede a cui ho partecipato io s’è detto che il progetto sarà chiuso». Ma allora, perché Rizzo ha sollevato il problema? Uno di quei quesiti per il momento senza risposta, come un altro: perché un giornalista d’inchiesta, in un articolo di denuncia, ricordi che è stato l’ex ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro a salvare il progetto dalla mannaia del governo Prodi, ergo, ancora oggi che Di Pietro ministro non è più, «se l’operazione non si blocca il merito è suo».