Il Papa lo facciamo scegliere a giudici e mass media?

L’abolizione del segreto pontificio nasconde un rischio: potrebbe diventare un’arma in mano a chi vuole il male della Chiesa

Ha ragione Matteo Matzuzzi sul Foglio a scrivere che l’abolizione del segreto pontificio si tradurrà in un gigantesco caso Spotlight. È così facile prevederlo che ci si dovrebbe quasi vergognare di scrivere una simile banalità. Eppure oggi sui giornali si fa festa per la “svolta storica” e “scelta epocale” di papa Francesco. La questione merita di essere inquadrata sotto ogni profilo perché, se è vero che la piaga della pedofilia all’interno del clero è un problema che merita di essere affrontato con forza, è altrettanto vero che tale riforma contiene un rischio che non può essere sottovalutato.

Cosa è cambiato

Cosa è successo? Il Corriere la mette così: «Francesco ha abolito il segreto pontificio per le cause canoniche di abusi sessuali su minori commessi da preti. “Non sono coperti dal segreto pontificio le denunce, i processi e le decisioni”, si legge nel Rescritto del Papa che rende pubblica ed esecutiva l’Istruzione “Sulla riservatezza delle cause”». Ciò significa che i documenti processuali relativi ai casi di abuso conservati negli archivi dei dicasteri vaticani e in quelli delle diocesi potranno essere consegnati ai magistrati incaricati delle indagini nei diversi Paesi, ove questi ne facciano richiesta. Resta immutata l’inviolabilità del segreto confessionale (cosa non del tutto scontata a vedere cosa accade in Australia), ma, altra novità, i sacerdoti saranno processati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per «l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche di minori di diciotto anni da parte di un chierico, in qualunque modo e con qualunque strumento». Fino a ieri il reato canonico di pedopornografia si riferiva a immagini di minori di 14 anni, ora fino a 18.

Giovanni Paolo II e Benedetto XVI

I giornali hanno buon gioco a dar voce alle vittime di abusi, esultanti perché è «caduta la muraglia nera. Così si fa giustizia e trasparenza» (Corriere). Un po’ ovunque si plaude alla “svolta” di Francesco, ma è utile ripercorrere l’articolo che appare oggi sul Gazzettino a firma di Massimo Introvigne per capire i termini della questione. In esso, Introvigne ricorda che già nel 2001 Giovanni Paolo II aveva inserito l’abuso sessuale sui minori tra i «”delicta graviora” (delitti più gravi) riservati alla giurisdizione della Congregazione per la Dottrina della Fede». La prescrizione era stata fissata
in 10 anni a partire dal compimento del 18° anno di età della vittima. Sia il riferimento alla Congregazione per la Dottrina della Fede sia un tempo di prescrizione così lungo servivano dunque a frenare gli abusi e colpire i colpevoli. Sulla stessa linea proseguì Benedetto XVI «con la revisione del motu proprio del suo predecessore datata 21 maggio 2010. Nelle nuove norme la prescrizione passava a 20 anni, nel caso di abuso su minore, sempre calcolati a partire dal compimento del 18° anno di età della vittima. Già papa Ratzinger nel 2010 inseriva pure tra i delitti canonici (ma non fra i “più gravi”) l’acquisto, detenzione o divulgazione di materiale pedopornografico, inteso allora come riferito a minori di quattordici anni. La prescrizione si allungava dunque ancora: non più dieci anni ma venti, sempre calcolati non dall’abuso ma dal giorno in cui la vittima compie diciotto anni. Chi abusava di un bambino di cinque anni nel 2011 poteva dunque essere perseguito ancora nel 2044, trentatré anni (tredici perché la vittima compia diciotto anni più venti) dopo i fatti, un termine molto lungo».

Almeno la Chiesa propone un percorso

Per capire cosa stia facendo la Chiesa “in positivo” per combattere la piaga c’è oggi poi una bella intervista su Repubblica a don Ermes Luparia, diacono permanente, psicologo e psicoterapeuta, che guida la Comunità del Monte Tabor al Divino Amore di Roma. «È uno dei pochi centri italiani che accoglie presbiteri e suore dall’Italia e dall’estero sofferenti per diverse forme di disagio; fra loro sacerdoti pedofili», scrive Repubblica. In esso, religiosi in difficoltà sono aiutati, attraverso una vita di preghiera e lavoro, a recuperare un equilibrio. «[Nel caso di imputati per pedofilia] quando il processo civile arriva a sentenza cosa succede?», chiede il giornalista. «Se è previsto il carcere – risponde il sacerdote -, il prete viene accompagnato in carcere. Spesso, grazie al percorso fatto, vi arriva con una consapevolezza nuova». Luparia fa anche notare che «noi facciamo di tutto perché certi comportamenti vengano messi definitivamente da parte. Vorrei dire che solo la Chiesa propone questo percorso. Altri pedofili stanno in carcere senza che nessuno li abbia curati e abbia dato loro consapevolezza».

La collaborazione con l’autorità civile

Se quindi Francesco prosegue sulla linea già tracciata dai suoi predecessori, è innegabile che qualcosa sia cambiato. In un commento apparso sull’Osservatore Romano il giurista Giuseppe Dalla Torre, già presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, la mette giù così: si tratta di un atto che «facilita la collaborazione con l’autorità civile». Qui è il punto. L’autorità civile garantirà l’adeguata riservatezza, evitando la caccia alle streghe? Secondo l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna, segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della fede, un tale pericolo sarà scongiurato perché i documenti «non sono di dominio pubblico ma, per esempio, viene facilitata la possibilità di una collaborazione più concreta con lo Stato, nel senso che la diocesi che ha una documentazione ormai non è più legata al segreto pontificio e può decidere – come deve – di collaborare bene, trasmettendo copia della documentazione anche alle autorità civili. Lo stesso Tescritto, questa nuova legge, parla anche dell’esigenza di salvaguardare il privato della persona, la buona fama delle persone coinvolte, come pure la loro dignità. Una certa riservatezza ci vuole sempre in ambito penale e questo viene ancora garantito. Ciò non significa dunque che la documentazione diventa di dominio pubblico, ma viene facilitata la collaborazione con lo Stato e con altri enti che hanno diritto all’accesso a questa documentazione».

Arma in mano ai nemici della Chiesa

Sia consentito, sul punto, sollevare qualche dubbio. Il mito della trasparenza è stato usato più e più volte per colpire la Chiesa. Come scrive giustamente Matzuzzi «siccome il mondo non è fatto solo di buoni samaritani o gentiluomini d’indubbia rettitudine – in Vaticano, stando alle inchieste delle ultime settimane e alle porte quantomai girevoli negli uffici lì collocati, dovrebbero saperne qualcosa – è facile prevedere che la mossa del Papa si tradurrà in un’arma di potenza incommensurabile data comodamente in mano a chi non attende altro che esporre la chiesa al pubblico ludibrio, mettendo – carte alla mano – sul banco degli imputati preti, vescovi e cardinali».

Di esempi ve ne sono a iosa: da quelli più clamorosi (la rinuncia di Benedetto XVI; il caso Pell, di cui torneremo a parlare nel numero di gennaio di Tempi), a quelli che sempre il vaticanista del Foglio elenca (come il caso di Philip Wilson, vescovo di Adelaide, quattro mesi a domiciliari e poi assolto). Posto come postulato al ragionamento che ogni atto di pedofilia va perseguito, è innegabile che non si possa non cogliere il rischio della delazione calunniosa. Fare affidamento, poi, sulla riservatezza delle autorità giudiziarie (si pensi solo alla situazione italiana) è un pio desiderio che sconfina nel ridicolo.

Tenere sotto scacco un innocente

Esageriamo? Leggete con quali parole Alberto Melloni conclude il suo editoriale oggi su Repubblica:

«La fermezza del Papa davanti alle pulsioni nazionaliste e antisemite ha guadagnato alla Chiesa l’ostilità clericofascista. Per cui è facile prevedere che — come è stato per Brexit o Trump — i grandi attori internazionali saranno attivi: ma in più potrebbero manomettere l’elezione del vescovo di Roma escludendo uno o più candidati con poche accuse: di pedofilia. L’unico modo per sventare questo rischio è essere certi che il collegio cardinalizio sia completamente immune da sospetti: e che dunque chi deve cadere sia già caduto. Anche a costo di tenere sotto scacco per qualche tempo un innocente. Ma non un papabile. O un Papa».

Ecco servita su un piatto d’argento l'”arma” con cui “eliminare” papabili sgraditi. Siamo sicuri che sia meglio che il prossimo Papa non lo scelgano né i cardinali né lo spirito santo, ma i giudici e i mass media?

Foto Ansa