Il paladino della trasparenza Assange si rifugia in Ecuador. Dove il bavaglio alla stampa è la regola

Il presidente dell’Ecuador Raphael Correa ha concesso lo status di “rifugiato politico” al fondatore di Wikileaks. Ma Correa è il campione della censura sui media.

«L’Ecuador, una coraggiosa nazione, ha preso una posizione per la giustizia». Così Julian Assange dal balcone dell’ambasciata del paese sudamericano a Londra ha voluto ringraziare il presidente Raphael Correa per avergli concesso lo status di “rifugiato politico”.  Correa e Assange si sono conosciuti a giugno, quando in un’intervista per Russia Today, il presidente ecuadoregno lo aveva calorosamente accolto nel «club dei perseguitati». Ma perseguitati da chi?

Su Assange, che dall’inizio di luglio vive barricato nell’ambasciata, pende un mandato di arresto europeo (l’accusa è stupro) che vincola tutti gli Stati membri dell’Ue, compresa la Gran Bretagna, a consegnarlo alla Svezia. Ma se la paura del fondatore di Wikileaks, paventata dall’ex giudice spagnolo Baltasar Garzón, è una possibile rendition in america, a causa della pubblicazione nel 2010 dei cablogrammi delle ambasciate statunitensi, il demone che affligge e perseguita Raphael Correa è invece proprio l’informazione.

Correa, che considera la stampa del suo paese «mediocre, incompetente, inaccurata, bugiarda», è secondo soltanto a Hugo Chavez nella pratica delle cadenadas, ovvero nell’occupazione simultanea con i propri discorsi presidenziali dei canali di tutte le tv pubbliche e private del paese. Il presidente dell’Ecuador, inoltre, negli ultimi anni, ha fatto chiudere 19 stazioni radiotelevisive, nazionalizzato due giornali e imposto il divieto ai membri del governo di rilasciare dichiarazioni a media privati, ai quali è anche stata tolta ogni pubblicità istituzionale. Nel febbraio scorso era riuscito a far condannare i proprietari e un giornalista del quotidiano El Universo a tre anni di prigione e a 40 milioni di dollari di multa, suscitando le polemiche da parte dell’Onu e della stampa internazionale.

Pare singolare che il paladino della “trasparenza” e della libertà d’espressione si sia trovato a proprio agio con un tale presidente e con un paese che secondo le graduatorie sulla libertà di stampa di Reporter sans Frontier non sarebbe proprio un paradiso del giornalismo, occupando una posizione novantadue volte inferiore a quella svedese.