Il modello cinese nascosto dietro la mascherina

Turbocapitalismo comunista, un ossimoro vincente? Il coronavirus fa emergere che senza libertà non c’è verità

Ancora ieri in un articolo sulla Stampa si invocava il “modello cinese” come l’unico in grado di dare una risposta adeguata all’epidemia: pugno di ferro, pochi fronzoli, quarantena obbligatoria. Non vuoi? Ti sbarro in casa. Disobbedisci? Vai in carcere (o sparisci nel nulla, il più delle volte). Se si fa così, funziona, dicono.

Modello magnifico

Da diversi giorni, su tempi.it, il nostro Leone Grotti ci sta raccontando che il magnifico modello cinese non è poi così magnifico. E che fra le caratteristiche del “modello” vanno annoverati non solo i risultati positivi, ma anche le censure, le violenze, le angherie e i ritardi causati non tanto da inefficienze organizzative (se vogliono, costruiscono un ospedale in quattro e quattr’otto, e senza autorizzazione Anac), quanto da ben precise scelte ideologiche: negare l’esistenza del virus perché deve tenersi il congresso provinciale del partito comunista, per dire la più emblematica.

Parole e immagini d’ordine

La propaganda fa il suo mestiere ed è quasi comprensibile che i media cinesi si adeguino. Le tv che trasmettono le immagini di Xi Jinping a Wuhan, i salamelecchi al presidente da parte dei funzionari, l’intimazione a proclamare che il Dragone è ripartito e il peggio è alle spalle o che la produzione di merci è di nuovo in carreggiata come e più di prima, sono parole e immagini d’ordine che sentiamo arrivare da Pechino. Ma se non ci credono nemmeno i cinesi, che urlavano «falsità, solo falsità» alla vicepremier Sun Chunlan, perché dovremmo crederci noi?

La democrazia è un ferrovecchio

Di “modello cinese” sui media si parla da tempo e il sottofondo del ragionamento è, più o meno, questo: nella società moderna dove tutto è veloce e frenetico, le democrazie liberali devono agire con una mano legata dietro la schiena. Le lentezze burocratiche, i meccanismi parlamentari, le pressioni dell’opinione pubblica sono tutti inciampi che “rallentano” le capacità d’intervento degli Stati. Al contrario, il regime cinese, unendo il pungo di ferro comunista a un sistema economico capitalista, macina punti di Pil, fa girare l’economia, conquista i mercati. Dunque, non sarebbe meglio il modello cinese? Turbocapitalismo comunista, un ossimoro vincente.

Mascherare la verità

Ieri su Asianews, Bernardo Cervellera, missionario del Pime che la Cina la conosce meglio di chiunque in Italia, ha scritto un bell’editoriale plaudendo alla decisione di Pechino di donare all’Italia 100 mila mascherine, 20 mila tute protettive, 50 mila tamponi e i 1.000 ventilatori polmonari. Iniziativa lodevole, ma «l’impressione – ha scritto Cervellera – è che con questo spettacolo di amicizia così gridato, Pechino voglia indossare una maschera per nascondere le responsabilità che essa ha avuto ed ha ancora sull’emergenza coronavirus. E non parliamo soltanto delle vendite di animali selvatici al mercato di Wuhan: parliamo del silenzio delle autorità durato oltre un mese, prima di lanciare l’allarme».

Nascondere la verità

Se ci fosse libertà di parola, siamo così sicuri che gli stessi cinesi direbbero le stesse cose che si leggono sui giornali italiani sul loro “paese modello”? Ha ragione ancora Cervellera quando scrive:

«Io penso che i doni della Cina all’Italia sarebbero ancora più graditi se Pechino e Xi Jinping regalasse al suo popolo la libertà di parola e di stampa. Farebbe un favore alla sua gente e al mondo intero. E penso anche che se i nostri politici italiani vogliono davvero essere amici della Cina, non possono nascondere a Pechino questa verità».

La prima libertà è quella religiosa

Una verità che oggi riguarda il virus, ieri l’economia, ma che da settant’anni riguarda la religione. E questa non è una “fissa” di noi cattolici; forse adesso inizieranno ad accorgersene tutti. Perché la libertà religiosa è la summa di tutte le libertà, se non c’è quella – come diceva sempre Benedetto XVI – non sono possibili nemmeno le altre. Lo impari l’Europa che, da anni, anche di fronte alle conclamate sofferenze dei cristiani in Cina, chiude un occhio per non rovinare i rapporti commerciali col suscettibile regime. Realpolitik, la chiamano. Ok, ma, prima o poi, le ipocrisie si pagano.

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