Il liberalismo ha fallito o no?

Di Carlo Marsonet
06 Settembre 2025
Riflessioni a margine dell'incontro al Meeting di Rimini con Patrick Deneen e Jospeh Weiler. Non si può non tenere conto della deriva socialista di un certo liberalismo
(Flickr Meeting Rimini)
(Flickr Meeting Rimini)

Moderato da Mattia Ferraresi, l’incontro intitolato Il mondo dopo il liberalismo al Meeting di Rimini non ha deluso certamente le aspettative. Patrick J. Deneen e Joseph H.H. Weiler hanno dato vita a uno scambio di idee che ha fornito utili spunti di riflessione. Lasciando, tuttavia, più di qualche perplessità. Poco importa, come era preventivabile, che ciascuno dei relatori abbia mantenuto le proprie posizioni di partenza. Poco male anche che la traduzione simultanea dell’intervento del teorico politico che insegna alla Notre Dame University dell’Indiana non sia stata impeccabile, come ha rilevato nel suo articolo su queste colonne Rodolfo Casadei. Andiamo invece all’essenza dell’intervento.

Diciamo subito che quello di Weiler, pur condivisibile almeno limitatamente alla critica del secolarismo, è parso meno incisivo. Ma è meritevole di maggiore attenzione l’intervento di Deneen per un fatto molto semplice: si tratta ormai di un pensatore di una certa rilevanza, dopo la pubblicazione Why Liberalism Failed (2018), e consente di cogliere una buona parte dello Zeitgeist contemporaneo. In realtà, chi lo conosce da un po’ sa che è un autore di cui magari non si condividono le posizioni, ma va letto perché offre spunti interessanti (anche l’ultimo, Regime Change. Towards a Postliberal Future). Il suo testo precedente del 2005, Democratic Faith, è un libro che mantiene tuttora una sua importanza, e che serve per capire il pensiero successivo ma coerente dell’autore. In sintesi, Deneen ritiene che il liberalismo ha fallito perché ha avuto successo. Non solo: ha portato alle estreme conseguenze, in maniera logica e consequenziale, le sue promesse di libertà. Portatore di un’idea di libertà assoluta, il liberalismo ha distrutto, insomma, quei prerequisiti e quei fondamenti di natura pre- o anti-liberale che servono al liberalismo stesso. E qui iniziano i problemi.

(Flickr Meeting Rimini)
(Flickr Meeting Rimini)

La complessità di un termine

Sì, perché per Deneen poco importa che il liberalismo sia una tradizione di pensiero estremamente plurale al suo interno: così, sia che si tratti del liberalismo classico, sia che si tratti del liberalismo moderno e contemporaneo, siamo comunque nell’alveo del liberalismo. In realtà, chiunque abbia un minimo di contezza della storia delle idee e, forse ancor più, non debba coprire la storia del pensiero con l’ideologia, sa che vi è stato, nel corso della seconda metà dell’Ottocento, una cesura fondamentale.

Con l’ultimo John Stuart Mill si è iniziato a far largo un’idea di liberalismo (e di libertà) diversa, e anche molto distante da quella classica. Uno scivolamento lessicale operato successivamente e in massima parte da alcuni epigoni di Mill, e cioè i cosiddetti new liberals: T.H. Green, L.T. Hobhouse, J.A. Hobson. Un pensiero, quello del liberalismo “sociale” – o forse sarebbe meglio dire socialista – che ha trasformato piano piano il liberalismo in una sua caricatura: la libertà rimaneva il fulcro, ma da quella “negativa”, libertà dall’interferenza esterna, si passava a quella positiva, resa possibile dal concreto, attivo e pervasivo intervento del potere pubblico.

Pur rimanendo al centro dei loro discorsi, la libertà dei “nuovi liberali” ha iniziato a essere impastata con i diritti. Sennonché, se la libertà è una, i diritti sono molti e con un potenziale moltiplicativo enorme, pressoché infinito. Un problema, anzi due allora sorgono: in primo luogo, essi dipendono, in definitiva, dall’espansione dell’azione statale, con evidente nocumento per la libertà; in secondo luogo, essi diventano appetiti insaziabili, cavalcati dal potere politico che così trova una preziosa fonte servilismo di cui alimentarsi. Questo è un primo punto essenziale, per cogliere la complessità del termine liberale – com’è noto, amplificata dal diverso uso che se ne fa, per motivi storici, nel mondo anglosassone e nella sfera continentale.

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Liberalismo classico

Un secondo ordine di problemi è la caricatura che Deneen fa del termine individualismo. Ora, è chiaro che c’è una certa tendenza in seno alla tradizione liberale a concepire gli individui come essere razionali, autonomi e dediti all’autodeterminazione. Ma un conto è, com’è proprio della tradizione liberale classica, inserirli in contesti comunitari, naturali e pre-statali, altro è invece concepirli come esseri disincarnati, de-umanizzati alla maniera di John Rawls: c’è una bella differenza.

Nessun pensatore liberale (classico) ha una concezione dell’individuo come atomo o essere svincolato da qualsiasi legame o limite; la stessa cosa non si può dire al contrario per i liberali (socialisti) contemporanei. Certamente esistono differenze in ciascun mondo culturale, ma nessun liberale classico pensa che la libertà possa essere illimitata, tantomeno che l’individuo persegua l’autarchia: al contrario, come diceva Ludwig von Mises, l’individualismo (e il liberalismo) classico è una filosofia che presuppone l’intensificazione dei legami sociali, non la sua distruzione.

L’individualismo liberal contemporaneo, invece, non conosce né limiti né vincoli: è l’esaltazione di una volontà che si autoalimenta, incapace di frenarsi e di resistere alle tentazioni. E come diceva Edmund Burke, la libertà dipende dalla disposizione degli individui a temperare i propri appetiti: se manca, «le loro passioni forgiano le loro stesse catene».

Una domanda

Molto altro si potrebbe dire, ma è curioso che in fondo l’auspicio di Deneen è di usare lo Stato per il common good (bene comune), proprio come fanno i socialisti (o socialdemocratici). Magari intendendo con tale formula qualcosa di diverso. Eppure, il risultato è il medesimo: l’espansione dello Stato, e del collettivismo, a scapito della società, e dell’individualismo.

Sorge allora una domanda spontanea: abbiamo bisogno di conservatori socialisti – o postliberali, chiamateli come volete: conta il contenuto, non la forma – oppure di conservatori liberali?

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