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Prima la pandemia, poi la guerra. Il gioco dell’eurotorre

Di Domenico Lombardi
25 Marzo 2022
Colpita da Covid e crisi ucraina, la nostra economia è alle strette. Ecco perché anche le prossime decisioni della Banca centrale europea saranno fondamentali per l’Italia
La sede della Bce a Francoforte
Il quartier generale della Bce a Francoforte (foto Ansa)

Sono bastati pochi giorni in seguito all’invasione russa dell’Ucraina per disegnare uno scenario inedito, non solo dal punto di vista strategico e militare.

L’economia europea stava consolidando la ripresa dall’impatto devastante della pandemia, in Italia più che in altri paesi, quando nello spazio di poche ore è cambiato radicalmente lo scenario economico che l’economia italiana e quella europea dovranno fronteggiare.

Procediamo con ordine, esaminando le implicazioni che l’invasione russa comporterà per le politiche economiche decise a Bruxelles e Francoforte, sulla base dell’evidenza ad oggi disponibile, necessariamente sommaria ed incompleta.

L’economia italiana presenta un elevato grado di fragilità con la pandemia che ha accentuato gli squilibri preesistenti, tra cui crescita potenziale fiacca e debito elevato – squilibri che rendono qualsiasi intervento governativo estremamente dipendente dal quadro di riferimento delle agenzie europee e dalle misure da esse adottate. Nel 2020, quando il nostro paese insieme al resto del mondo veniva colpito dal virus del Covid-19, unica fra le economie europee, l’Italia non aveva ancora recuperato i livelli di reddito pro-capite antecedenti alla crisi finanziaria internazionale del 2007-2009.

Stante tale fragilità, la politica fiscale dovrà sostenere la ripresa post-Covid di più e più a lungo che in altri paesi. In tal senso, ritorna cruciale il tema della re-introduzione dei vincoli alla politica fiscale, la cui applicazione è stata, a ragione, congelata sino alla fine dell’anno in corso.

Ipotesi di riforma includono la de-enfatizzazione del parametro relativo al debito su Pil, il cui valore fissato nella misura del 60 per cento diventerebbe un obiettivo verso il quale tendere, ma nel lunghissimo periodo. Per l’Italia, il cui rapporto debito Pil si aggira sul 155 per cento, si tratta, peraltro, di un semplice esercizio di onestà intellettuale. Ma anche altri paesi, come Francia e Spagna, hanno accumulato un pingue debito che, come nel nostro caso, si è significativamente accresciuto durante la pandemia.

Minor convergenza si registrata, invece, sul parametro del deficit fiscale, il cui limite è rappresentato dal famoso tetto del 3 per cento all’anno. Proprio in questi giorni si attende una proposta sotto l’egida della presidenza di turno della Ue che in questo semestre spetta alla Francia. L’aspettativa è di mantenere invariato il tetto, ma di prevedere, allo stesso tempo, l’esclusione da quel parametro per la parte di deficit dovuta al finanziamento di investimenti “verdi” legati alla transizione ecologica.

La partita è per l’Italia più complessa dal momento che anche questa ipotesi risulterebbe restrittiva rispetto all’esigenza di sostenere una ripresa fragile. In altri termini, l’impatto espansivo del Pnrr e dei fondi europei verrebbe mitigato dall’introduzione di vincoli, edulcorati sì, ma troppo poco per la nostra situazione economica.

L’affievolimento delle prospettive di crescita in Europa e nel mondo che l’invasione russa ha scatenato e l’impennata dei prezzi delle materie energetiche – quello del gas ha raggiunto valori che sono un record assoluto – incidono particolarmente sulla nostra economia che dipende per quasi la metà del fabbisogno relativo proprio dal gas russo.

Peraltro, il quadro generale di incertezza fiacca le prospettive di acquisto e di investimento di famiglie e imprese, rivitalizzate in seguito alla stabilizzazione delle condizioni pandemiche e all’avvio del Pnrr, che non faranno che acuire le fragilità pregresse.

La recente decisione di Berlino di procedere al riarmo e incrementarne la spesa al 2 per cento del Pil crea le premesse, in Germania, per una politica fiscale moderatamente più espansiva nei prossimi anni, a differenza di quanto previsto prima dell’invasione ucraina. È, infatti, probabile che le spese per la difesa e quelle destinate non solo a finanziare la transizione verde ma la riduzione della dipendenza energetica da Mosca spingeranno il nuovo governo tedesco a ulteriori stanziamenti di bilancio.

Vincoli fiscali

In altre parole, stante l’eccezionalità della situazione e la rimodulazione delle politiche di bilancio di Berlino, è ipotizzabile che la discussione sulla reintroduzione dei vincoli alla politica fiscale verrà quanto meno ritardata o, addirittura, sospesa per un altro anno, se il conflitto, o i suoi effetti, dovessero perdurare. Tra gli effetti del conflitto vanno pure annoverati quelli delle sanzioni che colpiscono, in particolare, i paesi europei che vantano un cospicuo interscambio commerciale con la Russia, come l’Italia, oltre a dipenderne per le importazioni di materiale energetico.

Se l’approccio europeo in tal senso dovesse continuare nella recente direzione di mostrare maggiore pragmatismo che in passato, probabilmente ancora più importante sono gli sviluppi che riguarderanno la Banca centrale europea nei prossimi mesi.

L’attesa era per la Bce di ricalibrare la sua politica monetaria iper-espansiva a partire proprio dal prossimo mese di aprile così da terminare il programma non convenzionale di acquisti netti per la fine della prossima estate e spianare la strada verso un aumento dei tassi di interesse già il prossimo autunno.

Per fronteggiare gli effetti macroeconomici della pandemia e, in particolare, quelli sulla stabilità dei prezzi, gli interventi non convenzionali dell’istituto di Francoforte hanno beneficiato anche l’Italia, i cui titoli di debito acquistati, ad oggi, sono superiori a un quarto dell’intera consistenza.

Acque incerte

La dinamica al rialzo dei prezzi, soprattutto quelli dell’energia, osservabile dalla scorsa estate si va rivelando meno transitoria delle attese e c’è chi preme nel consiglio direttivo per inasprire la postura. D’altro canto, l’Europa non è gli Stati Uniti e il rialzo dei prezzi sinora non si è trasmesso al mercato del lavoro, né vi sono evidenze, ad oggi, che le aspettative inflazionistiche di medio periodo siano mutate in modo significativo.

Peraltro, l’affievolimento delle prospettive economiche opera nella direzione contraria di raccomandare, anche in questo caso, maggior prudenza. Il rischio è di effettuare una sterzata eccessiva, proprio come fece l’Istituto nel 2011 sopravvalutando il pericolo inflazionistico e sottovalutando, invece, le deboli prospettive di crescita.

Nel complesso, anche per la Bce, è auspicabile che il quadro di accresciuta incertezza induca alla prudenza e a rinviare ai prossimi mesi decisioni particolarmente importanti. Il risultato sarebbe di mantenere la sintonia fra politiche fiscali e monetarie che tanto beneficio ha generato durante la pandemia e che aiuterebbe a navigare le acque incerte sollevate da questi venti di guerra, mitigandone le conseguenze che rischiano di impattare, anche stavolta, la nostra economia più di altre.

* * *

Domenico Lombardi, autore di questo articolo, è economista ed esperto di public policy. Attualmente ricopre incarichi nella governance del settore finanziario. In precedenza, ha servito nel Board del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale a Washington.

Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di marzo 2022 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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