Il decreto che strappa «l’educazione» dei bambini ai genitori (e cancella l’autonomia)

Il decreto legislativo 65 istituisce un “sistema integrato di istruzione e educazione per i bambini dalla nascita ai 6 anni”, cancellando con un colpo di spugna l’autonomia regionale in materia. Un convegno organizzato da Diesse spiega la posta in gioco (iscrizioni entro oggi)

Di come nei fatti la Buona Scuola renziana sia servita solo ad azzoppare gli impegni presi, in primis quello dell’autonomia scolastica, fallendo nella logica assistenzialista, nella lotteria delle carte bollate e nella battaglia in cui si combattono sempre i soliti eserciti di burocrati statali, Tempi vi aveva già parlato; quello di cui nessuno si è ancora occupato è un decreto approvato nel 2017 in attuazione delle norme della Buona Scuola, che fin dal titolo tradisce il superamento di ogni fantasia programmatica.
Stiamo parlando del decreto legislativo numero 65, che istituisce “un sistema integrato di istruzione e educazione per i bambini dalla nascita ai 6 anni”, fino a poco tempo fa sconosciuto agli stessi addetti ai lavori, ma con il quale genitori, educatori, enti locali e Regioni, a cui è concesso spazio e autonomia in materia fin dalla riforma costituzionale del 2001, dovranno oggi fare i conti.

IL DECRETO LEGISLATIVO 65

Tra i tanti emanati nella storia recente, il decreto legislativo 65 rappresenta il provvedimento più significativo dal punto di vista istituzionale: non solo assume l’educazione (che in base all’art. 30 della Costituzione è diritto e dovere del genitore) tra le competenze dello Stato, ma sancisce che la delicata fascia di età tra gli 0 ai 3 anni, fino ad oggi “oggetto” di misure di welfare, venga compresa in un percorso educativo codificato al fine di integrarsi con i cicli scolastici. In altre parole alla famiglia, alle prese con orari di lavoro e una rete di aiuto e parenti spesso insufficiente per far fronte alla cura di un figlio piccolo, viene proposto di immettere il neonato in un percorso che proseguirà fino al termine della scuola dell’obbligo.

Intendiamoci: l’intento è meritevole, ovvero dare una risposta adeguata a una necessità reale e specifica dei genitori, eppure il decreto è scritto per sortire l’effetto opposto: invece di puntare sui servizi di assistenza “tarati” sulla domanda individuale di mamma e papà, per aiutarli ad esercitare le proprie prerogative genitoriali, propone un “format unico” di servizio universale. Che non solo rischia di marginalizzare ulteriormente il ruolo educativo dei genitori, “sollevandoli” dalla gestione dei servizi di cura, istruzione ed educazione dei figli. Ma rischia di affossare, sotto il peso del servizio unico Stato, il fiorire di tutte quelle iniziative autonome, nate sulla base del principio di sussidiarietà, che tanto hanno fatto bene al paese e che, sempre da Costituzione (art. 118), andrebbero favorite dallo Stato stesso.

COSA NE SARÀ AD ESEMPIO DI “NIDI GRATIS”?

Prendiamo la Lombardia: con la legge regionale 23/1999, nel riconoscere «quale soggetto sociale politicamente rilevante la famiglia così come definita dagli articoli 29 e 30 della Costituzione», la Regione ha messo a disposizione risorse economiche da cui sono fiorite, nel segno della sussidiarietà, iniziative che hanno portato alla nascita di Nidi, Micronidi, Nidi-Famiglia; ha messo a disposizione i voucher, per valorizzare la responsabilità delle famiglie nella scelta delle esperienze accreditate dalla Regione, e ha varato la misura “nidi Gratis”, per sostenere la frequenza dei figli di famiglie a basso reddito presso nidi pubblici e privati convenzionati. Tutti strumenti normativi già positivamente sperimentati e in parte tutt’ora in essere. 

Che cosa sarà di queste e molte altre realtà, come ad esempio le tagesmutter, e delle misure messe in campo dalle varie Regioni col decreto legislativo 65? Testo alla mano, la legge conferisce allo Stato ogni funzione di indirizzo, coordinamento, assegnazione delle risorse, monitoraggio, definizione degli orientamenti educativi nazionali, lasciando alle Regioni un ruolo di mera programmazione delle attività, definizione di standard e sviluppo di sistemi informativi. Ad autorizzare e gestire servizi educativi, promuovere la formazione, definire le modalità di coinvolgimento del genitore e sviluppare le esperienze di continuità del sistema, saranno gli enti locali. Leggiamo anche che il governo si occuperà della costituzione di veri e propri Poli per l’infanzia dagli 0 ai 6 anni che verranno aggregati alle scuole primarie o agli istituti comprensivi. Ma per il resto, soggetti pubblici e privati che concorreranno alla costruzione di questo segmento formativo e dei “servizi integrativi” vengono indicati solo nominalmente e in misura approssimativa. 

IL CONVEGNO ORGANIZZATO DA DIESSE

Per tutte queste ragioni, per vederci chiaro e capire quale spazio venga lasciato ai soggetti a cui compete l’educazione, invitiamo genitori e insegnanti a partecipare sabato 16 marzo al convegno “Il  D. Lgs n. 65/2017 … questo sconosciuto. La scuola da 0 ai 6 anni. Criticità e opportunità” che si terrà presso Palazzo Lombardia (Sala Biagi) a Milano, dalle 9 alle 13 (l’ingresso è gratuito ma bisogna accreditarsi entro la giornata di oggi, mercoledì 13 marzo, seguendo il link https://goo.gl/forms/M8r4puAF3fUOWxwi1).

Organizzato da Diesse in collaborazione con Regione Lombardia e con altre associazioni della scuola (AGe di Milano, AGeSC Lombardia, AMISM – Associazione Milanese Scuole Materne, Associazione Nonni 2.0, Diesse Lombardia, DiSal, Fidae Lombardia, Fism Lombardia, Forum Famiglie Milano, Generazione Famiglia LMPT Lombardia, Sidef) il convegno
«vuole approfondire grazie a relatori qualificati le prospettive di un decreto che fa riferimento a una concezione di Stato monopolista – spiega a tempi.it Giuseppe Angelillo, presidente Age Milano –. Uno Stato, lo abbiamo ribadito più volte in questi giorni, che sembra avere la presunzione di interpretare in modo rigido ed estensivo i suoi compiti di garanzia e di indirizzo nei confronti delle Regioni e degli enti locali, oltre che nei confronti dei genitori e della società civile». Educazione di Stato, in altre parole, «un unico servizio gestito dall’amministrazione statale fino alla scuola dell’obbligo e che rischia di “scolarizzare” l’infanzia a discapito di una reale possibilità di educazione per i bambini, specie tra gli 0 e i 3 anni».

IL PERICOLO MORTALE DELLO STATALISMO

Non serve una laurea in pedagogia per capire quanto differisca il lavoro di crescita e cura di un infante rispetto a quello che occorre nei confronti di un bambino prossimo ad iniziare un ciclo scolastico, «non si può costringere l’educazione in un servizio che dice di venire incontro ai genitori, ma poi di fatto non ne sostiene la libertà e nemmeno la responsabilità educativa, e pensare che la cosa possa avvenire in modo semplice e indolore. Pensiamo solo alle figure professionali in gioco, sappiamo bene che la formazione accademica non è sufficiente a fornire le competenze educative necessarie a una fascia di età definita dal binomio cura e apprendimento, sappiamo che un educatore non è un maestro. E sappiamo anche che esperienze positive, capaci di organizzazione flessibile degli orari e dei tempi utili per rispondere alla varietà delle esigenze dei bambini e dei loro genitori senza il rischio di “scolarizzazione”, esistono già: pensiamo allo “spazio gioco”, alle “tagesmutter”, alle “sezioni Primavera”». Quello che auspicano i promotori del convegno è infatti che nelle maglie di questo decreto venga riconosciuto il giusto spazio alle normative regionali e locali, tanto da poter richiedere una più concreta applicazione dei princìpi costituzionali di “sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza”.

TROPPI POTERI ALLO STATO

Se si realizzasse l’autonomia differenziata, la competenza sui temi della “cura, educazione e istruzione” dell’infanzia da 0 a 6 anni potrebbe situarsi pienamente nell’area della “competenza esclusiva regionale” e si sgancerebbe così dalla “legislazione concorrente” con lo Stato, abilitando le Regioni in questo modo anche a dettare “norme generali sull’istruzione” per la fascia di età dai 3 ai 6 anni. E risolverebbe qualche problema di risorse allo Stato che non ha soldi ma impegnativi obiettivi da raggiungere. Resta il fatto che ad oggi, il passaggio di competenze da Regione a Stato, si è verificato, «esattamente come da copione della Buona Scuola, che ha depotenziato autonomia e periferie rafforzando il centro, riducendo i poteri degli organi collegiali a mere funzioni di ratifica e la scuola a territorio controllato dalla burocrazia e dal sindacato», spiega Felice Crema, Diesse Lombardia. «E questo passaggio tra Regioni e Stato sarebbe avvenuto in modo corretto? È una delle domande che ci facciamo, insieme ad esprimere preoccupazione per quello che potrebbe accadere (magari non domani, ma dopodomani) in uno Stato con potere di istruzione e di educazione dagli 0 ai 18 anni, dunque di decisione di materie “curriculari” o meno, di gestione del percorso di crescita».

Le preoccupazioni di Crema sono ben fondate: «Il decreto non prevede organi collegiali per il segmento 0-6 anni, in altre parole i genitori non dispongono di strumenti nemmeno di “presa d’atto” di quanto avviene a scuola. Per la verità di genitori non si parla proprio, se non all’interno di due pallide enunciazioni di princìpi: a monitorare questa specie di rivoluzione della continuità educativa sarà un coordinamento pedagogico territoriale affidato a esperti». C’è poi tutto il capitolo della scuola paritaria: se ci avviamo a una regolamentazione di servizio universale, dovranno essere garantite condizioni di gratuità e accessibilità del servizio. Questo renderà necessario risolvere, attraverso convenzioni o strumenti simili, la questione del prezzo del servizio pubblico offerto dalle paritarie. Sempre che alla tante, troppe domande sul decreto non si aggiungano altre sorprese.

Foto Ansa