Quanta ignoranza (se non malafede) nelle piazze “No Kings” contro Trump
Negli Stati Uniti, l’ultimo grido della moda “sempre meglio che lavorare” sono le piazzate perdigiorno “No Kings”: “Nessun re”, cioè, detto per apostrofare con un epiteto in più il presidente Donald J. Trump, questa volta dandogli il titolo infamante di “monarca assoluto”.
Gli Stati Uniti, ragionano i perdigiorno, sono una repubblica priva di tentazioni dispotiche. Contro l’autocrazia, dicono, sono più che vaccinati. E sono nati, aggiungono, dalla ribellione alla monarchia britannica. Dunque, concludono, le smanie e le manie trumpiane da uomo solo al comando che fa il bello e il cattivo tempo violano lo spirito della nazione, le sue istituzioni e le sue leggi.
L’ispirazione dei Padri fondatori
Ora, non tutti i modi e le moine di Trump potranno andare a genio, ma un’uscita più colossale del No Kings proprio non la si poteva sentire. Perché solo la malafede potrebbe bollare di monarchismo il presidente di un paese federale eletto da milioni e milioni di voti espressi con metodica nota e rito corale. La malafede o l’ignoranza.
La cancel culture e la dabbenaggine woke sarebbero cioè giunte così lontano da costringere gli stranieri a insegnare agli americani a tornare a fare gli americani? Perché basterebbe un buon libro di storia per ricordare che, nei quattro mesi scarsi del 1787 durante i quali la Convenzione costituzionale diede forma alle istituzioni statunitensi così come le conosciamo oggi (e come ancora oggi rimangono, nonostante tutta l’acqua che è passata sotto i ponti non solo di Madison County), i Padri fondatori si ispirarono al precedente storico e alla realtà sperimentata.
Maestri furono per loro i padri greci e la Roma antica osservata da Polibio, più la storia britannica che li aveva generati. Da questa impararono la preziosità della distinzione fra il potere esecutivo esercitato dalla corona e il potere legislativo esercitato dal parlamento di Westminster. Fu quando Londra si allontanò da questo modo tradizionale di esercitare la monarchia (il casus belli furono lo statalismo e l’innalzamento inopinato delle tasse) che le colonie si distaccarono, seppur a malincuore. La loro non fu una rivoluzione, ma il tentativo di impedire che la rivoluzione li travolgesse.

Il sovrano e la sua curia
Dopo l’indipendenza (giunta dopo un anno di combattimenti, quindi solo extrema ratio) i neonati Stati Uniti si diedero un modo del governo che lo studio del passato aveva educato al tentativo di evitarne i vizi per ripeterne le virtù. Non l’odio per la monarchia li animava, bensì l’avversione allo statalismo, monarchico o repubblicano che fosse. Tant’è che generarono un unicum. Un regime misto, ammaestrati dal concetto di politeia illustrato nientemeno che da Aristotele.
La politeia aristotelica degli Stati Uniti fu ed è dunque una repubblica presidenziale dove un “monarca repubblicano” dispone di una discreta quantità di potere che spartisce con una “curia” eletta in rappresentanza degli azionisti veri del governo centrale, vale a dire gli Stati dell’Unione forti delle proprie storie identitarie e del numero dei propri cittadini-elettori: il Congresso bicamerale, una sorta di “aristocrazia parlamentare”. Da allora i due poteri statunitensi, cioè il “re repubblicano” e la “curia legislativa”, svolgono funzioni incrociate di moderazione e di contenimento reciproci, inseguendo l’ideale del regime misto aristotelico: monarchico ma non troppo, assembleare ma non troppo.
“No Kings” contro lo spirito americano
Di questo spirito fanno testo due fatti simbolici. Il primo è che Alexander Hamilton, il fondatore del Partito federalista e poi il primo ministro del Tesoro, propose agli Stati Uniti un sistema di governo monarchico elettivo, il cui residuo è ancora vivo proprio nell’idea della repubblica presidenziale dove il presidente assomma in sé le cariche di capo sia dello Stato sia del governo.
Il secondo è il trasporto con cui negli Stati Uniti ci si vanta della genealogia che lega, o legherebbe, il padre della patria George Washington al re Giovanni Plantageneto, detto Senzaterra. Un monarca, quello, che s’invaghì troppo del proprio potere e che dunque nel 1215 l’aristocrazia del regno, quasi un “parlamento” della sanior pars del paese, costrinse, imponendogli la Magna Charta, non certo ad abdicare o a salire la ghigliottina, ma a rispettare diritto e tradizione: un precedente culturale che il costituzionalismo americano pre-woke considera vincolante per la politeia aristotelica statunitense.
No Kings, ci mancherebbe: ma il monarca repubblicano è quanto di più americano e costituzionale esista oltre l’Atlantico. Le sinistre al tempo di Trump vorrebbero farne un re fannullone, ma la cosa non sarebbe né americana né costituzionale.
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