Quanta ignoranza (se non malafede) nelle piazze “No Kings” contro Trump

Di Marco Respinti
31 Ottobre 2025
Ora va di moda urlare “nessun re” per protestare contro il tycoon, ma il presidente americano è sempre stato un “monarca repubblicano” eletto con milioni di voti
Protesta “No Kings” contro le politiche di Donald Trump a New York, 14 giugno 2025 (foto Ansa)
Protesta “No Kings” contro le politiche di Donald Trump a New York, 14 giugno 2025 (foto Ansa)

Negli Stati Uniti, l’ultimo grido della moda “sempre meglio che lavorare” sono le piazzate perdigiorno “No Kings”: “Nessun re”, cioè, detto per apostrofare con un epiteto in più il presidente Donald J. Trump, questa volta dandogli il titolo infamante di “monarca assoluto”.

Gli Stati Uniti, ragionano i perdigiorno, sono una repubblica priva di tentazioni dispotiche. Contro l’autocrazia, dicono, sono più che vaccinati. E sono nati, aggiungono, dalla ribellione alla monarchia britannica. Dunque, concludono, le smanie e le manie trumpiane da uomo solo al comando che fa il bello e il cattivo tempo violano lo spirito della nazione, le sue istituzioni e le sue leggi.

L’ispirazione dei Padri fondatori

Ora, non tutti i modi e le moine di Trump potranno andare a genio, ma un’uscita più colossale del No Kings proprio non la si poteva sentire. Perché solo la malafede potrebbe bollare di monarchismo il presidente di un paese federale eletto da milioni e milioni di voti espressi con metodica nota e rito corale. La malafede o l’ignoranza.

La cancel culture e la dabbenaggine woke sarebbero cioè giunte così lontano da costringere gli stranieri a insegnare agli americani a tornare a fare gli americani? Perché basterebbe un buon libro di storia per ricordare che, nei quattro mesi scarsi del 1787 durante i quali la Convenzione costituzionale diede forma alle istituzioni statunitensi così come le conosciamo oggi (e come ancora oggi rimangono, nonostante tutta l’acqua che è passata sotto i ponti non solo di Madison County), i Padri fondatori si ispirarono al precedente storico e alla realtà sperimentata.

Maestri furono per loro i padri greci e la Roma antica osservata da Polibio, più la storia britannica che li aveva generati. Da questa impararono la preziosità della distinzione fra il potere esecutivo esercitato dalla corona e il potere legislativo esercitato dal parlamento di Westminster. Fu quando Londra si allontanò da questo modo tradizionale di esercitare la monarchia (il casus belli furono lo statalismo e l’innalzamento inopinato delle tasse) che le colonie si distaccarono, seppur a malincuore. La loro non fu una rivoluzione, ma il tentativo di impedire che la rivoluzione li travolgesse.

Un cartello con il presidente Trump mezzo clown e mezzo re esposto durante una marcia “No Kings” a Chicago, 18 ottobre 2025 (foto Ansa)
Un cartello con il presidente Trump mezzo clown e mezzo re esposto durante una marcia “No Kings” a Chicago, 18 ottobre 2025 (foto Ansa)

Il sovrano e la sua curia

Dopo l’indipendenza (giunta dopo un anno di combattimenti, quindi solo extrema ratio) i neonati Stati Uniti si diedero un modo del governo che lo studio del passato aveva educato al tentativo di evitarne i vizi per ripeterne le virtù. Non l’odio per la monarchia li animava, bensì l’avversione allo statalismo, monarchico o repubblicano che fosse. Tant’è che generarono un unicum. Un regime misto, ammaestrati dal concetto di politeia illustrato nientemeno che da Aristotele.

La politeia aristotelica degli Stati Uniti fu ed è dunque una repubblica presidenziale dove un “monarca repubblicano” dispone di una discreta quantità di potere che spartisce con una “curia” eletta in rappresentanza degli azionisti veri del governo centrale, vale a dire gli Stati dell’Unione forti delle proprie storie identitarie e del numero dei propri cittadini-elettori: il Congresso bicamerale, una sorta di “aristocrazia parlamentare”. Da allora i due poteri statunitensi, cioè il “re repubblicano” e la “curia legislativa”, svolgono funzioni incrociate di moderazione e di contenimento reciproci, inseguendo l’ideale del regime misto aristotelico: monarchico ma non troppo, assembleare ma non troppo.

“No Kings” contro lo spirito americano

Di questo spirito fanno testo due fatti simbolici. Il primo è che Alexander Hamilton, il fondatore del Partito federalista e poi il primo ministro del Tesoro, propose agli Stati Uniti un sistema di governo monarchico elettivo, il cui residuo è ancora vivo proprio nell’idea della repubblica presidenziale dove il presidente assomma in sé le cariche di capo sia dello Stato sia del governo.

Il secondo è il trasporto con cui negli Stati Uniti ci si vanta della genealogia che lega, o legherebbe, il padre della patria George Washington al re Giovanni Plantageneto, detto Senzaterra. Un monarca, quello, che s’invaghì troppo del proprio potere e che dunque nel 1215 l’aristocrazia del regno, quasi un “parlamento” della sanior pars del paese, costrinse, imponendogli la Magna Charta, non certo ad abdicare o a salire la ghigliottina, ma a rispettare diritto e tradizione: un precedente culturale che il costituzionalismo americano pre-woke considera vincolante per la politeia aristotelica statunitense.

No Kings, ci mancherebbe: ma il monarca repubblicano è quanto di più americano e costituzionale esista oltre l’Atlantico. Le sinistre al tempo di Trump vorrebbero farne un re fannullone, ma la cosa non sarebbe né americana né costituzionale.

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