Ichino (Pd): «Riformiamo il mercato del lavoro con la flexsecurity»

Pietro Ichino del Pd è d’accordo con il governo quando propone di riformare il mercato del lavoro, ma dichiara a Tempi.it che l’articolo 8 è sproporzionato a favore dell’azienda, e lancia il modello scandinavo della flexsecurity: più flessibilità su assunzioni e licenziamenti da una parte, ma dall’altra si garantiscono le medesime tutele per tutti i contratti

Si trova al titolo III della manovra finanziaria, alla voce “misure a sostegno dell’occupazione”, l’articolo 8, che crea tante contrapposizioni: nato con l’intento, si legge, di intese tra singole aziende e rappresentanze sindacali operanti non più solo a livello nazionale ma anche a livello della singola azienda; intese finalizzate alla «maggiore occupazione, alla qualità dei contratti di lavoro, alla emersione del lavoro irregolare, agli incrementi di competitività e di salario, alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali».

Di questi tempi, se così fosse, sarebbe una manna. E invece l’articolo 8 crea molte complicazioni: perché tra i temi su cui le imprese dovranno accordarsi con le piccole rappresentanze sindacali, c’è anche il licenziamento dei cosiddetti lavoratori atipici («collaborazioni coordinate e continuative, a progetto, le partite Iva»). In questo modo, viene garantita più flessibilità alle aziende ma senza prevedere nulla a vantaggio del lavoratore atipico per controbilanciare tale flessibilità. Lo sciopero nazionale della Cgil è stato alimentato ulteriormente proprio dall’articolo 8, anche se la protesta era già stata proclamata a prescindere, che per Susanna Camusso è «un danno al mondo del lavoro», da cancellare. E sempre l’articolo 8 è finito per causare la contrapposizione con gli altri sindacati confederali che allo sciopero non hanno partecipato, in particolare la Cisl, accusata sostanzialmente di calar le braghe sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i licenziamenti senza giusta causa. Ribatte Raffaele Bonanni: «La Cisl non utilizzerà la possibilità di derogare all’art. 18 sui licenziamenti. È una norma che non abbiamo chiesto e che giudichiamo inopportuna, nella manovra non c’è l’equità necessaria, perché se c’è da chiedere sacrifici si parte dalla prima ruota del carro, non dall’ultima. Ma lo sciopero è un altro prezzo pagato alla Fiom. Colpire le busta paga e le attività delle imprese in un momento così ha del demenziale».

Sull’articolo, 8 Tempi.it ha chiesto un parere a Pietro Ichino, giuslavorista e senatore del Pd, che da tempo, per uscire da quella che lui definisce «il regime di apartheid oggi vigente in Italia, con il dualismo tra lavoratori iper protetti e quelli poco o nulla protetti, i lavoratori atipici», punta su quella che è conosciuta come “flexsecurity”. Una filosofia lineare: si prevede, come nel modello scandinavo, più flessibilità su assunzioni e licenziamenti da una parte, ma sull’altro piatto della bilancia si garantiscono le medesime tutele per tutti i contratti. Quindi, anche gli atipici devono godere di sostegni economici dalle imprese per alcune mensilità dopo il licenziamento; per tutti un sistema previdenziale, il sostegno economico in caso di licenziamento per alcune mensilità, il sostegno per nuovi corsi di formazione. «La Banca centrale europea – afferma Ichino – ha chiesto esattamente questo all’Italia: più flessibilità nei rapporti di lavoro stabili, più protezione per i lavoratori nel mercato, un superamento del dualismo tra dipendenti iper protetti e precari senza protezioni».

E poi com’è finita?
Che l’articolo 8 ora definisce in maniera più chiara i requisiti della contrattazione aziendale ed esclude la possibilità di deroga. Ma la nuova norma non porta nessuna delle tre richieste fatte dalla Bce per una maggiore equità.

Quali effetti potrebbe avere, a suo avviso, l’articolo 8?
Il punto è che questa norma aumenta anziché diminuire il dualismo, tra i regolari delle aziende medio-grandi per i quali presumibilmente non cambierà nulla, e i poco o affatto protetti lavoratori delle imprese più piccole, che rischieranno di perdere anche il poco che hanno.

Qual è il suo giudizio complessivo su questa norma?
La riforma di una materia così delicata non può essere delegata alla contrattazione aziendale, se abbandonata a sé stessa, senza neppure qualche linea guida: la contrattazione aziendale non è in grado di produrre una riforma di questo genere e complessità. Occorre un disegno organico ed equilibrato, e quindi un legislatore che se ne assuma la responsabilità in prima persona. Questa norma invece genererà soltanto pasticci, farà aumentare il contenzioso giudiziale, ma non porterà la flessibilità di cui il nostro tessuto produttivo ha bisogno. La Bce ha chiesto il passaggio dalla vecchia tecnica protettiva, con l’ingessatura del posto di lavoro, a una nuova forma di protezione del lavoratore, con una garanzia economica e professionale. Abbandonando a sé la contrattazione non si può arrivare a questo passaggio.

La Cgil parla di attacco all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Cosa ne dice?
Non mi sembra probabile che nelle imprese medio-grandi le rappresentanze sindacali legate ai sindacati confederali rinuncino alla protezione dell’articolo 18, ma questo potrà accadere più facilmente nelle imprese più piccole o non sindacalizzate. Però non parlerei di attentato alla Costituzione, perché è formalmente salvaguardata nella nuova formulazione della norma, quanto piuttosto di una scelta politica profondamente sbagliata.