Quique, Carlos e Miguel. I tre figli spirituali di papa Francesco salvati dalla dittatura argentina

La storia dei tre seminaristi che padre Bergoglio ospitò e salvò negli anni Settanta. Sebbene fosse molto pericoloso «non ci abbandonò mai»

«Quique, cari saluti ai tuoi parrocchiani. Ti chiedo per favore di pregare per me e di far pregare per me. Saluti a Carlos e Miguel. Che Gesù ti benedica e la Vergine Santa abbia cura di te. Fraternamente, Francisco». Così papa Francesco ha scritto in una lettera, resa pubblica dal quotidiano argentino El Clarín, datata 15 maggio. Ma chi sono Quique, Carlos e Miguel?

L’ATTENTATO. I nomi sono di tre preti che negli anni Settanta, ancora seminaristi, diventano per Bergoglio come dei figli. Sono giovani che durante la dittatura subirono persecuzioni e furono costretti a fuggire e a nascondersi in località diverse dalla propria diocesi di origine. Gli anni Settanta in Argentina furono durissimi molti sacerdoti, accusati di essere marxisti se solo avessero osano aiutare o difendere i poveri. Fra i più colpiti ci fu Enrique Angelelli, vescovo di La Rioja, il cui seminario era frequentato dai tre ragazzi. Nel 1976, dopo l’attentato ad alcuni preti della sua diocesi, Angelelli capì che doveva mettere in salvo i tre seminaristi e chiese ospitalità all’allora provinciale dei gesuiti del collegio Maximo, Jorge Mario Bergoglio.

L’AMICIZIA. Intervistati dall’emittente televisiva Telenoche i sacerdoti hanno raccontato cosa accadde in quegli anni e come mai Bergoglio, che nascondeva nel collegio molte persone, ad un certo punto prese particolarmente a cuore la loro situazione. Il destinatario della recente missiva, Enrique Martinez (Quique), ora parroco della chiesa dell’Annunciazione del Signore a La Rioja, ha raccontato: «Fu un viaggio triste, faceva freddissimo. Arrivammo al collegio e c’era un prete: “Molto piacere sono Jorge”, disse. Lo conoscevamo solo di nome. Era vestito formalmente da prete (per via della dittatura parecchi sacerdoti smisero di portare l’abito, ndr), ma era molto cordiale. Era accogliente e quando lo chiamavi “Padre!”, lui rispondeva “Sono Jorge! Siamo fratelli”». Non solo, l’allora provinciale dei Gesuiti si preoccupò anche di mantenere i ragazzi, la cui diocesi di provenienza era fra le più povere: «Quando chiesi spiegazioni padre Jorge rispose: “Non preoccupatevi, ci aggiustiamo noi”. Monsignor Angelelli mi confessò di non avere mai ricevuto le fatture», ha continuato Martinez.

ERA VENUTO PER PIANGERE. Il vescovo di Rioja fu ucciso in un attentato e Carlos Gonzalez, ora parroco di Villa Eloisa, ha spiegato che per loro «fu durissimo» affrontare una situazione in cui alla perdita del padre spirituale si sommava la preoccupazione per la propria sorte. Quando giunse la notizia i tre si trovavano nel collegio mentre Bergoglio era assente per un viaggio. Quando sentirono bussare alla porta pensarono fossero i militari. «Invece – ha raccontato Martinez – sentimmo dire: “Aprite, sono io, sono Jorge!”». Miguel La Civita, parroco di Saragosta, distante una trentina di chilometri da La Roja, ha ricordato: «Era venuto per piangere, condividere con noi la tristezza e non farci vivere da soli quell’angoscia». Per Martinez fu quello il «momento in cui ci prese sotto la sua protezione. Ma sempre discretamente, senza soffocarci».

«SFIDO’ IL REGIME». Frequentare i tre seminaristi, figli spirituali di un vescovo ucciso dalla dittatura, «era molto pericoloso, ma non ci abbandonò mai». Nemmeno quando cade la dittatura, come dimostra la lettera inviata dal papa a Martinez. Alle insinuazioni sul legame fra Bergoglio e il regime, ha risposto Carlos Gonzalez: «Sono menzogne!». E La Civita ha concluso: «L’ho visto aiutare molte persone a lasciare il Paese. Al Maximo si presentavano diversi personaggi, soli o in piccoli gruppi, che stavano qualche giorno e poi scomparivano. Diceva: “Venite per un ritiro spirituale”. E i ritiri duravano una settimana. Capii che si trattava di laici dissidenti che Jorge aiutava a scappare. Come? In qualsiasi modo e rischiando sempre tantissimo».

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