I figli necessitano di genitori di sesso opposto: lo dicono i padri omosessuali

Se fossero gli stessi omosessuali a pensare che per il bene della prole è necessario che vi siano genitori di sesso diverso? Si tratterebbe di omofobia?

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First-ever Gay Pride march held in Cyprus

Come si ben sa, in Inghilterra già dal 2008, quale misura ulteriore di lotta all’omofobia, non si possono più utilizzare a scuola i termini “papà” e “mamma”; al loro posto si deve utilizzare l’asettico “genitori”, poiché, dall’avvento della omogenitorialità, cioè la genitorialità di coppie omosessuali, non è necessariamente detto che in famiglia vi siano una mamma e un papà, ma potrebbero esserci due mamme o due papà.

E se fossero gli stessi omosessuali a ritenere che così non è? Se fossero gli stessi omosessuali a pensare che per il bene della prole è necessario che vi siano genitori di sesso diverso? Si tratterebbe di omofobia? E se oltre la famiglia eterosessuale (con tutti i suoi mostruosi difetti come ci dicono ogni giorno), e oltre la famiglia omosessuale (con tutte le sue pregiate virtù come ci dicono ogni giorno), esistesse una terza via?

50Ebbene, così pare che sia.

Uno studio del 24 marzo 2014 pubblicato sulla autorevole rivista di studi gender “Journal of GLBT family studies”, curato da Pauline Erera dell’Università di Washington e da Dorit Segal-Engelchin dell’Università Ben Gurion israeliana, ha messo in mostra la nuova tendenza che si sta sviluppando, soprattutto in Israele, cioè, attraverso la co-genitorialità, la creazione delle cosiddette famiglie etero-gay.

Come si legge nello studio «le famiglie etero-gay sono formate da due genitori del nato che condividono le responsabilità principali, comprese le responsabilità economiche della crescita del figlio, ma che non condividono la residenza».

Secondo lo studio, fino alla data della pubblicazione, ben 300 bambini in tutto Israele si trovano a vivere nell’ambito delle nuove famiglie etero-gay, cioè quelle formate da una madre eterosessuale e da un padre gay che, tuttavia, possono anche non avere altre relazioni e che, ovviamente, tra loro non hanno una relazione sentimentale o sessuale, ma solo un legame di condivisione della crescita del figlio biologico in comune.

Lo studio rivela che la prassi è stata instaurata per soddisfare il desiderio di paternità di molti uomini gay che non avrebbero potuto diventare padri altrimenti.

Lo studio, inoltre, rileva e sottolinea espressamente due elementi interessanti.

Primo: molti di questi padri gay dichiarano che non sceglierebbero mai una donna lesbica con cui condividere la genitorialità, poiché le lesbiche sono da essi ritenute un pericolo per il loro ruolo paterno in quanto tendono ad escludere sistematicamente il padre dalla vita dei figli.

Secondo: le principali motivazioni chiave che spingono questi padri gay ad una simile scelta sono sostanzialmente tre: la convinzione che la madre sia essenziale poiché le madri hanno qualità che i padri non hanno; l’importanza della genitorialità biologica che li lega alla prole; e soprattutto che il miglior interesse dei figli sia quello di avere due genitori di sesso opposto per poter crescere.

Si intuiscono tutte le difficoltà del caso.

In primo luogo: prescindendo dal genere di riferimento e dalla inclinazione o dall’orientamento sessuale di ciascuno, la coscienza richiama tutti alla normatività naturale, cioè alla intrinseca strutturazione dicotomica maschile-femminile che nella complementarietà dei sessi consente l’instaurarsi della vera e naturale relazione, cioè quella che conduce alla procreazione.

In secondo luogo: tutte le litanie sulla presunta omofobia di chi ritiene che sebbene tutti siano da rispettare, la famiglia, il matrimonio e la procreazione siano ben altro da ciò che i sostenitori delle teorie gender vogliono far credere, si dissolvono come brina mattutina al sole estivo, posto che gli stessi omosessuali che vogliono diventare padri riconoscono che necessariamente, per incoercibile legge biologica, occorre una donna per farlo.

In terzo luogo: se gli stessi omosessuali che vogliono diventare padri ritengono che sia un bene che i figli crescano con genitori del sesso opposto, tutte le sofisticate impalcature ideologiche e pseudo-scientifiche che vogliono propagandare e legittimare l’omogenitorialità si sbriciolano, come ogni menzogna ideologica sotto il peso della verità ontologica; sebbene sul punto gli stessi soggetti siano in contraddizione con se stessi.

In quarto luogo: viene riaffermata la verità circa la reale dimensione antropologica umana che nella complementarietà dei due sessi, cioè nell’unione di uomo e donna, esprime la soluzione alla congenita e strutturale finitezza dell’essere umano.

In quinto luogo: gli stessi protagonisti di queste operazioni che danno origine alla co-genitorialità sono tuttavia da criticare; sembrano, infatti, in grado di percepire la verità morale di fondo circa le relazioni familiari, ma fino ad un certo punto e non oltre, come dimostra la circostanza per cui invece di desistere dai propri intenti, procedono ugualmente per il raggiungimento dello scopo prefissato.

In sesto luogo: sempre i suddetti protagonisti delle dette famiglie etero-gay pur avvertendo che sia bene per i figli crescere con genitori di sesso opposto, ed evidenziando quanto importante sia il legame biologico tra genitori e figli, non perseguono effettivamente il bene di questi ultimi, poiché l’intera operazione di co-genitorialità che viene messa in essere non è destinata a tutelare il bene dei figli, ma, come lo stesso studio rivela, ideata soltanto per soddisfare il proprio desiderio di diventare genitori.

Molto altro potrebbe ancora arguirsi, ma, in conclusione, sembrano potersi perfettamente adottare le riflessioni che due autorevoli psicologi francesi, Monette Vacquin e Jean-Pierre Winter, hanno rilasciato sul laicissimo “Le Monde” nel dicembre 2012: «Le parole padre e madre saranno soppresse dal codice civile. Queste due parole che condensano tutte le differenze, poiché portatrici sia della differenza dei sessi che di quella delle generazioni, scompariranno da ciò che codifica la nostra identità […]. Il colpo di scopa ideologico capace di rovesciare secoli di consuetudine e di sopprimere le parole alle quali dobbiamo la trasmissione della vita evidentemente si basa su ambivalenze inconsce molto arcaiche, e ampiamente condivise, per avere la minima possibilità di imporsi e… ben presto di fare la legge […]. Da un lato, secoli e secoli di consuetudine, che fanno sì che matrimonio e alleanza di un uomo e di una donna siano una cosa sola. Dall’altro la rivendicazione di una minoranza di attivisti che sanno parlare il linguaggio che si desidera sentire oggi: quello dell’egualitarismo ideologico, sinonimo di indifferenziazione. E maneggia efficacemente il ricatto dell’omofobia, che impedisce di pensare. Non spetta agli Stati adeguarsi alle provocazioni di alcuni ideologi che parlano una lingua confusa, ma con violenza, sbalordendo o terrorizzando i loro obiettori con dei sofismi. Ancor meno dare a queste provocazioni una forma istituzionale […]. È probabile che il mondo assorbirà questo con indifferenza, che è l’altro nome dell’odio. È perfino a questo che cominciamo ad assomigliare: non più ad un’umanità conosciuta, ma ad un mondo indifferente. Neutro. Neutralizzato».

Foto Ansa

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