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I fantasmi di Tienanmen, il massacro che non è mai esistito

Storia di Dalù, il giornalista cinese braccato dal Partito per aver osato dire che il 4 giugno è «un giorno da ricordare». Aveva visto la strage e aveva taciuto per 6 anni

Leone Grotti
16/06/2020 - 11:37
Esteri
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Tank cinesi in piazza Tienanmen nel 1989

Articolo tratto dal numero di giugno 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

«Voglio rammentare agli ascoltatori che oggi è un giorno speciale da ricordare. Il nome della prossima canzone è: anniversario». La Cina è uno dei pochi paesi al mondo dove perfino la memoria può essere “eversiva” e a Dalù sono bastate queste poche parole per stravolgere la sua vita. Da giornalista ben pagato e popolare conduttore di Radio Shanghai, l’uomo diventò un nemico politico prima e un perseguitato per ragioni religiose poi, e fu «abbandonato da tutti».

Il giorno in cui Dalù fece questo scarno annuncio non era una domenica come le altre: era il 4 giugno 1995, sesto anniversario del massacro di Tienanmen. Nel 1989 nella grande piazza di Pechino e nelle vie adiacenti, centinaia, forse migliaia di studenti furono stritolati sotto i cingoli dei carri armati e trucidati dall’esercito per aver osato chiedere al Partito comunista più libertà. Da allora in Cina il regime ha vietato di ricordare, pronunciare o fare ricerche su questa data e su quelle vittime, ufficialmente mai esistite.

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Ma chi c’era non può dimenticare e Dalù, che allora aveva 26 anni e lavorava a Shanghai come giornalista, al pari di tutti i suoi colleghi aveva partecipato a una manifestazione per sostenere quegli studenti e aveva visto le foto dei cadaveri ammassati lungo le strade. «Quel giorno del 1995 non pronunciai né la parola “Tienanmen”, né il termine “massacro”, ma non era necessario. È stata una follia. Mi aspettavo di essere punito, non pensavo certo alla catena di eventi che sarebbe seguita e che mi ha portato in Italia», racconta Dalù a Tempi dalla casa nelle Marche dove vive, identificandosi solo con lo pseudonimo che utilizzava in radio. Lui infatti ha ottenuto lo status di rifugiato nel nostro paese, ma la sua famiglia vive ancora in Cina.

Il giornalista cinese esule in Italia Dalù

Dopo il massacro, tutti i media cinesi scrissero che neanche uno studente era morto in piazza Tienanmen. «Ma io avevo visto le foto pubblicate dai giornali stranieri: sapevo dei corpi, sapevo del tank man», continua. «E mi ricordo ancora della mia collega che aveva scattato una foto e la mostrava a tutti gridando che un suo compagno di classe del college era morto». Ma Dalù non scrisse nulla, anche perché «tutti i giornalisti di Shanghai che avevano partecipato alla manifestazione per gli studenti furono interrogati. Io, come tutti, fui costretto a firmare un documento nel quale dichiaravo che ciò che avevo fatto era sbagliato e che non c’era stato nessun massacro a Tienanmen».

Dalù sapeva che se non avesse firmato sarebbe stato licenziato, non avrebbe più guadagnato l’equivalente di 65 euro al mese, contro i 35 di un lavoratore comune, soprattutto nessuno gli avrebbe più passato le bustarelle per apporre la sua firma su articoli già scritti, che gli permettevano di portare a casa anche più di 400 euro al mese. «Mi vergognai, ma se volevo continuare a lavorare, dovevo firmare e pentirmi».

«Ringrazia che non ti hanno fucilato»

Nonostante «anch’io fossi corrotto» come gli altri, per anni ogni 4 giugno pensò a quegli studenti. E 25 anni fa, nel 1995, al termine del suo programma musicale prese il coraggio a due mani e fece quell’annuncio «sbalordendo tutti». I colleghi lo accusarono di essere una spia americana e di aver ricevuto 200 mila dollari per pronunciare quella frase. Il dipartimento di propaganda di Shanghai denunciò «l’incidente politico» e nel giro di una settimana «fui licenziato con queste parole: “Dovresti mostrarti riconoscente. Se fosse successo appena qualche anno fa, ti avrebbero fucilato”».

La sua carriera era rovinata, ma Dalù aveva ritrovato «la dignità umana». E quando, seguendo l’interesse per la musica, finì a cantare per il coro della Chiesa cattolica di Shanghai, trovò anche la fede. Battezzato il 20 dicembre 2010, mise le sue qualità nella comunicazione a disposizione della diocesi, scatenando ancora una volta la persecuzione del regime.

Dopo che nel 2012 il vescovo di Shanghai, Ma Daqin, il giorno della sua ordinazione annunciò le dimissioni dall’Associazione patriottica e fu costretto agli arresti domiciliari, Dalù come molti altri cattolici di Shanghai fu convocato e minacciato dalla polizia. «Mi dissero che la mia vita e quella della mia famiglia sarebbero state in pericolo se non avessi abiurato». Dalù non si fece intimidire ma quando, nel giugno dell’anno scorso, diffuse una nota del Vaticano per i sacerdoti su come accettare la registrazione civile del clero senza tradire il Papa, fu minacciato di nuovo dai funzionari del Partito comunista e decise di scappare. Scelse la patria del primo missionario cattolico a entrare in Cina, Matteo Ricci, e dopo una tappa a Roma, fu notato in chiesa in un paesino di montagna delle Marche. Qui ha conosciuto l’avvocato Luca Antonietti, che aveva lavorato a Shanghai, e che lo ha aiutato a ottenere lo status di rifugiato per motivi politici e religiosi.

Quale progresso senza libertà?

Sono passati 25 anni dal piccolo, enorme gesto di verità di Dalù. Da allora ogni anno, intorno al 4 giugno, un avviso arriva su tutte le redazioni di Shanghai: lavorate come sempre se non volete fare la fine di Dalù. Dal paesino delle Marche dove vive ora, e che non può essere rivelato, il giornalista guarda con preoccupazione agli sviluppi in Cina. In particolare è preoccupato per Hong Kong: il Parlamento “cinese” ha approvato a sorpresa a fine maggio una legge sulla sicurezza nazionale che varrà per la Regione amministrativa speciale e che tramuterà in crimine ogni critica al Partito comunista. A Hong Kong libertà religiosa, di stampa e di espressione potrebbero presto diventare un ricordo. «Dopo aver visto come la polizia ha represso le proteste anti-estradizione, l’anno scorso, ho avuto la sensazione che il massacro di Tienanmen si stesse ripetendo. Non più in una sola notte, con i carri armati e una strage, ma giorno dopo giorno a suon di arresti, lacrimogeni, manganelli e proiettili di gomma. È un massacro diverso, più sofisticato, ma le foto che mostrano l’arresto dei giovani studenti non sono forse altrettanto crudeli? Hong Kong è la speranza della Cina e sta per perdere la sua autonomia».

Da quando Xi Jinping è diventato segretario del Partito comunista (2012) e presidente della Cina (2013), la repressione del regime si è fatta ancora più feroce. «Io non mi intendo di politica», premette Dalù, «vorrei solo vivere nel mio paese in pace, esprimendo le mie opinioni e magari respirando aria pulita. Ma è impossibile oggi. Il paese è progredito dal punto di vista economico, ma a cosa vale senza rispetto per le persone e la libertà umana?».

Dalù sta scrivendo un libro di memorie per rendere giustizia alle prime vittime del regime comunista, i suoi concittadini. Quando gli si chiede che cosa può fare la testimonianza di un singolo uomo davanti allo strapotere di una dittatura che dura da oltre settant’anni, risponde citando una preghiera attribuita a san Francesco d’Assisi: «O Signore, dove c’è disperazione, ch’io porti la Speranza. Dove ci sono le tenebre, ch’io porti la Luce».

@LeoneGrotti

Foto Ansa

Tags: CinacomunismoCristiani Perseguitatidaluhong kongregime comunistatempi giugno 2020tienanmenxi jinping
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