I dannati del mercato del lavoro

Come si giustifica (e come si schianta) una società che si regge sugli schiavi

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suicidi_lavoroArticolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – La prima visita di un Papa al Congresso americano è un evento che non può essere letto all’interno delle categorie a cui tutto viene ridotto nel fast-food dello spazio estetico mediatizzato. Nel tempo, vogliamo sperarlo, anche questo seme porterà frutto. Magari un frutto proporzionato a un Paese che rimane grande. Speranza di diritto e di libertà: Home of the Brave. Nonostante il “non-pensiero unico” americano ne renda scarsamente differenziabile l’attuale residuo di politica – il vero potere, “retroscenico”, è sempre più in mano a oligarchie tecnocratiche militari e finanziarie, indifferenti al destino degli uomini e che non mantengono, in realtà, più il controllo di niente.

Un tempo, in questa stessa “casa” visitata da Francesco, fu proposto e approvato un XIII emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America con cui si abolì la schiavitù. Non abbiamo idea di cosa sia la schiavitù, sebbene essa sopravviva nel mondo, in un’inquietante terra al confine coi gironi più infimi di quello che, eufemisticamente, viene chiamato “mercato del lavoro”. Non abbiamo idea di come una società, come quella degli Stati schiavisti, arrivasse a un’unanime legittimazione e giustificazione giuridica, economica, politica, morale e persino religiosa di questo abominio.

L’unanimismo con cui negli Stati che divennero poi Confederati si guardava a un sistema interamente basato sulla schiavitù, ha più di una inquietante corrispondenza con l’unanimismo con cui il neoliberismo sta realizzando e razionalizzando la progressiva, generalizzata e crescente scomparsa dei diritti del lavoro, in Paesi dove questi diritti sono stati con dolore e sacrifici indicibili sanciti, spesso in un percorso illuminato dalla Dottrina sociale della Chiesa. Lo stesso zelo estremistico, spesso incomprensibile persino dal punto di vista utilitaristico, con cui venivano difese le istituzioni schiavistiche, da più di trent’anni continua ad animare una lotta di classe sì “rovesciata”, ma che “lotta di classe” è – senz’altro scopo che il dominio dell’uomo sull’uomo.

Nel recentissimo libro di Bruce Levine sulla guerra civile americana, The Fall of the House of Dixie, ora tradotto in italiano per i tipi di Einaudi, si comprende con un rigore storiografico e una documentazione imponente come una siffatta società sia letteralmente schiantata, una volta che gli uomini hanno preso coscienza. Non sappiamo se per le centinaia e centinaia di milioni di sfruttati e di miserabili che rischiano di essere scartati permanentemente nella grande “discarica” cresciuta nelle periferie dei mercati potrà mai esserci una speranza simile a quella che si è realizzata per gli afroamericani.

Forse solo un grande Paese – tornato grande moralmente – potrà dare un grande esempio.

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