I conservatori sono per l’emancipazione degli oppressi?

Di Emanuele Felice
24 Luglio 2025
Il contributo di Emanuele Felice (Università Iulm, Milano) per Lisander, il substack nato dalla collaborazione tra Tempi e Ibl, in reazione ad un saggio di Danilo Breschi sul conservatorismo

Non pensavo di essere un conservatore. Eppure, leggendo l’articolo di Danilo Breschi, mi viene da dire: chi più di me? Io che rimpiango la social-democrazia, le politiche keynesiane e i trent’anni gloriosi, i bei tempi in cui i figli avevano davanti prospettive migliori dei padri. O che rimprovero all’Italia di aver perduto le virtù civiche della repubblica romana (per dire: la mia storia economica d’Italia, Ascesa e declino, è dedicata a Bruto e Cassio). E che apprezzo il liberalismo, innanzitutto, come cultura del limite, al potere (e quindi anche all’umano, specialmente oggi). E che esorto il liberalismo e il socialismo democratico a fondersi con l’ecologismo, nella convinzione che la grande sfida del nostro tempo sia governare e ancorare lo sviluppo tecnologico – il nuovo arrembante – all’orizzonte dei diritti umani allargati, i quali ampliandosi pongono doveri. Come i diritti dell’ambiente: che pongono doveri verso il vivente non umano, le generazioni che verranno. In aggiunta ai più tradizionali diritti sociali, che pongono doveri alla libertà economica. I liberal-conservatori sono forse, nella nostra epoca, quella in cui la globalizzazione (neo-liberale?) ci ha condotti al bel risultato in cui i figli vivono peggio dei loro padri (in Occidente), e nel frattempo sta sconvolgendo gli ecosistemi, nient’altro che i social-democratici e gli ecologisti?

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