I bambini yazidi respinti dalla loro stessa comunità

Il Supremo consiglio spirituale yazida ha decretato che i figli di donne yazide stuprate dai jihadisti non saranno accettati come membri della comunità

Comune a Siria e Iraq è il problema dei figli dei jihadisti sconfitti e scacciati da territori di quei due paesi che per lungo tempo hanno occupato: che si trattasse del Califfato dell’Isis nella versione siriana e in quella irachena o dei quartieri di Aleppo est occupati per anni dai miliziani della filiale siriana di al Qaeda (Jabhat al Nusra, oggi al-Hay’at Tahrir al-Sham), i jihadisti hanno lasciato dietro di sé migliaia di donne sedotte e abbandonate, o semplicemente prese con la forza, schiavizzate e trattate come oggetti sessuali, che hanno messo al mondo migliaia di bambini il cui destino oggi è più che mai incerto: in Siria come in Iraq la legge non prevede che un figlio possa essere riconosciuto solo dalla madre e da lei ricevere il cognome.

FIGLI DEI JIHADISTI RIFIUTATI DAI YAZIDI

La situazione è particolarmente drammatica per quanto riguarda le migliaia di donne yazide rapite nel Kurdistan iracheno, vendute all’asta e trattate come concubine dai miliziani dell’Isis (6.700 secondo alcune stime): molte di loro non sono rientrate nelle regioni di origine anche dopo la sconfitta definitiva dell’Isis nel timore che i loro figli, nati da connubi forzati coi jihadisti, non sarebbero stati accettati. Ora il timore è diventato una certezza, dopo la dichiarazione ufficiale del Supremo Consiglio Spirituale Yazida del 27 aprile scorso che chiarisce che i figli dei jihadisti non possono essere accettati come membri della comunità, perché è considerato yazida solo chi nasce da due persone che a loro volta fanno parte della comunità yazida.

La dichiarazione rappresenta una correzione, o piuttosto un “chiarimento”, di un’altra dichiarazione ufficiale resa nota il 24 aprile, nella quale si affermava che il Consiglio accoglieva tutte le donne yazide sopravvissute alla cattività nelle mani dell’Isis insieme ai loro bambini: «Auspichiamo il ritorno di tutti coloro che sono sopravvissuti a Daesh, in quanto tutto quello che è accaduto non è dipeso dalla loro volontà», si leggeva nel primo testo rilasciato. La dichiarazione non trattava esplicitamente il caso dei figli con padre biologico jihadista, ma era stata da tutti interpretata come un’autorizzazione concessa eccezionalmente alle donne yazide recentemente liberate di riportare con sé i bambini nati negli anni della prigionia.

LE DUE DICHIARAZIONI

La caduta di al Baghouz, ultima roccaforte siriana dell’Isis, alla fine del marzo scorso aveva da poco messo fine alla schiavitù di centinaia di donne yazide che ancora si trovavano nelle mani dei jihadisti, e questo fatto rendeva opportuno un intervento del Supremo Consiglio per chiarire un problema che riguardava anche molte altre persone. L’agenzia di stampa curda Rudaw aveva subito dopo rilanciato le dichiarazioni di un membro del Supremo Consiglio, Faris Kiti, che confermava: «Non abbiamo problemi con le donne che vogliono crescere i bambini che hanno avuto, ma ci sono questioni legali che vanno risolte». L’allusione ala legge irachena sulla paternità era evidente.

Tempo tre giorni, e il Supremo Consiglio si è rimangiato quella che era sembrata un’apertura senza precedenti. «Per quanto riguarda la decisione di accogliere le donne sopravvissute e i loro figli, noi non intendevamo affatto quelli nati come risultato di stupri, ma solo quelli nati da genitori yazidi e che erano stati rapiti dopo l’invasione della regione di Sinjar da parte di Daesh, a partire dal 3 agosto 2014», si legge nel nuovo comunicato. A costringere a quella che ha tutta l’aria di una ritrattazione sarebbero state pressioni provenienti da molti ambienti della comunità yazida.

«FORTE OPPOSIZIONE DELLA COMUNITÀ»

Spiega Murad Ismael, responsabile del movimento per i diritti degli yazidi Yazda:

«La rettifica è il prodotto della forte opposizione di alcune componenti della comunità, inclusi esponenti dei partiti politici yazidi, figure religiose e alcuni leader tribali e comunitari. Per molte persone la decisione era troppo e costituiva una chiara violazione delle dottrine della religione yazida. Non ci sono dubbi che la prima dichiarazione comprendeva tutte le donne yazide e i loro figli. Il Consiglio aveva scelto una formula indiretta perché la questione è molto delicata, ma era chiaro che intendevano affermare che avrebbero accettato tutti i bambini. La dichiarazione però è stata fatta in maniera troppo precipitosa, senza consultare tutta la comunità e senza un piano di realizzazione. Non ci si è fatti carico della questione legale: nella legge irachena tutti i figli nati da un genitore musulmano debbono essere registrati come musulmani. Come organizzazione umanitaria per i diritti degli yazidi e di altre minoranze religiose, siamo rattristati dalla decisione finale. Cercheremo altre vie per dare una soluzione al problema».

«LASCIATE SCEGLIERE ALLE MADRI»

Sulla questione è intervenuta anche Nadia Murad, la yazida premio Sakharov 2016 e premio Nobel per la pace 2018 per il suo impegno contro la tratta degli esseri umani e per la liberazione e riabilitazione delle donne yazide che, come lei stessa, sono state rapite e brutalizzate dai jihadisti. In un video postato domenica 28 aprile ha sottolineato le sofferenze delle donne yazide che ha incontrato negli ultimi mesi: «Le madri di questi bambini si sono rivolte alle Nazioni Unite, a Ong e governi. Molte di loro hanno detto che i loro figli vengono respinti dalla società. Sono in contatto con molte di queste donne, e mi hanno detto che dopo essere state liberate dalle mani dell’Isis vivono in campi profughi, sulle montagne e in paesi stranieri e hanno paura di tornare perché gli è stato detto che i loro figli non saranno accettati».

Secondo Murad la decisione sui figli dei jihadisti dovrebbe essere lasciata alle madri: «Credo che la decisione sul futuro di questi bambini dovrebbe essere lasciata alle madri e alle loro famiglie, piuttosto che diventare oggetto di controversia fra chi dice “No, non devono riportare i bambini” e altri che dicono “Li devono portare”». Fino a qualche decennio fa la religione yazida non permetteva nemmeno l’alfabetizzazione delle donne; nei secoli scorsi solo la casta sacerdotale aveva accesso alla scrittura e alla lettura. Attualmente l’unico rappresentante yazida al parlamento di Baghdad è una donna, Vian Dakhil, nelle file del Partito democratico curdo, e lo yazida più famoso nel mondo è la premio Nobel Nadia Murad.

Foto Ansa