Hannah Arendt e la pluralità come risorsa contro il male

Il saggio di Torresetti ripercorre il vissuto tormentato e giudicato della Arendt da cui nasce l’insistenza sul valore dei fatti. La mancanza di attenzione «consente la formazione e la diffusione del male»

Nel 1961 Hannah Arendt assisteva, per conto di un giornale newyorkese, al processo ad Adolf Eichmann, l’ufficiale delle SS che si occupò di distribuire logisticamente gli ebrei nei diversi campi di concentramento. È in quell’occasione che la Arendt approda al famoso concetto di “banalità del male”. Un male, come scrive Giorgio Torresetti (La legge della terra in Hannah Arendt, Giappichelli editore, 249 pagine, 25 euro) che «si afferma in modo pervasivo e devastante non perché sia particolarmente radicato e profondo, anzi, proprio perché non ha affatto radici, è solo superficiale, è del tutto privo di spessore e consistenza, si forma e si diffonde nel vuoto, per una mera dinamica ripetitiva di luoghi comuni, come un’onda che proviene da una massa indistinta nella quale si è immersi, la cui caratteristica più rilevante è l’assenza di pensiero».

È da quel concetto generato da un vissuto tormentato e giudicato che nasce l’insistenza sul valore dei fatti da parte della Arendt. E definirla filosofa o pensatrice appare inevitabilmente riduttivo, quando non addirittura scorretto, se si considera che una delle cifre del suo lavoro fu proprio il rifiuto e la critica della filosofia. I fatti, scrive ancora Giorgio Torresetti, «con il loro semplice accadere, avanzano una continua pretesa di attenzione e riflessione nei confronti del pensiero». Quella mancanza di attenzione è ciò che «consente la formazione e la diffusione del male in modo tanto inavvertito quanto pervasivo».
La Hannah Arendt che critica ferocemente la filosofia è quella che, da giovane universitaria, vede tanti maestri (lo stesso Heidegger) coinvolgersi, anche se marginalmente, col nazismo. Quello fu per lei il segno che quel mondo intellettuale aveva fallito. E con esso falliva una filosofia in cui i fatti fossero ostaggi del pensiero e un’impostazione intellettuale che anteponesse non solo il pensiero ai fatti ma anche l’Uomo agli uomini. È questa la pluralità, che la stessa Arendt definisce legge della terra, e che Giorgio Torresetti usa come chiave riassuntiva del suo pensiero. «In altre parole – scrive Hannah Arendt ne La vita della mente – nulla di ciò che è, nella misura in cui appare, esiste al singolare: tutto ciò che è, è fatto per essere percepito da qualcuno. Non l’Uomo, ma gli uomini abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra».